Rifondazione Comunista: Speciale Congresso

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Speciale Congresso
Ordini del Giorno conclusivi - congresso regionale 18 gennaio 2009
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Rassegna stampa congresso regionale - 18 GENNAIO 2009
SVOLTA A SINISTRA ANCHE PER RIFONDAZIONE COMUNISTA NEL VENETO
Si è tenuto domenica 18 gennaio, il VII Congresso regionale Veneto del Partito della Rifondazione Comunista. Nella sala della  ex chiesa di S. Maria delle Grazie a Mestre, moltissime compagne e compagni di tutte le realtà del Veneto, non solo le delegazioni nominate nei sette congressi provinciali del partito in rappresentanza dei circa 5000 iscritti, hanno partecipato con interesse, in un clima di solidarietà e condivisione assai lontano dai “veleni” della politica salottiera.
Ad aprire i lavori l'intervento accorato del palestinese Amad portavoce della neonata associazione italo-araba del Veneto. Nelle sue parole rabbia e sconcerto per i silenzi dell'opinione pubblica, ma anche determinazione e la richiesta di trasformare la mobilitazione e l'indignazione in iniziative concrete di sostegno materiale per il popolo palestinese sottoposto all'aggressione israeliana.
La fase congressuale vera e propria, presentata dal compagno Mauro Tosi, dirigente storico del PRC e oggi nella struttura dirigente del partito nazionale per il nord, è stata aperta dal segretario regionale uscente, il compagno Gino Sperandio.
Senza nascondere difficoltà e limiti, Sperandio  ha rivendicato il contribuito di una esperienza significativa  sul piano della analisi e di iniziativa, capace di tenere assieme la tradizione delle lotte politiche e sociali, con una ricerca sulle forme partecipative e sulla ricostruzione delle comunità disperse, ricordando gli importanti appuntamenti di Klagenfurt, di Lamon, di Valpolicella e la costruzione del Forum Alpe Adria originale esperienza di lavoro comune della sinistra europea transnazionale.
E’ stata la volta poi di Pietrangelo Pettenò, consigliere regionale del PRC, che ha tracciato con lucidità il quadro attuale, lo svuotamento dei luoghi istituzionali democratici di ogni potere decisionale e di controllo, il ruolo potente delle oligarchie, ma anche la necessità di un diverso approccio del partito alle istituzioni, non più metà di ogni nostro sforzo, bensì strumento da usare in stretto ed indissolubile legame con gli obiettivi e i bisogni reali dei ceti popolari.
E' il segno che evidentemente la Rifondazione Comunista uscita dal congresso nazionale qui trova terreno fertilissimo e l'idea del partito degli assessori e dei comitati elettorali  sembrerebbe positivamente  derubricata.
Matteo Gaddi, responsabile del dipartimento settentrionale del PRC, ha invece analizzato la situazione complessa in relazione alla crisi sui nodi  del lavoro, del territorio, della gestione pubblica. Molte ed interessanti le proposte di iniziativa annunciate
La parola è passata poi alle delegate e delegati. Moltissimi gli interventi e in gran parte  di esperienze locali importanti: di lotta sui luoghi di lavoro, d’impegno ambientalista, di solidarietà con i lavoratori migranti, di reti sociali di mutuo soccorso, di costruzione dei gruppi di acquisto popolare. Programmi e lotte che bene esprimono la svolta a sinistra e sociale del PRC.
Molti anche gli interventi accorati per un cambio nei modi di lavoro nel Partito, per riportare nel PRC un clima solidale, allontanando ogni tentazione ad usare il lavoro collettivo per scopi di carriera personale.
Insomma, per dirla con le parole che hanno accompagnato la svolta del segretario Ferrero, un “partito che torna fratello dei ragazzi di strada”. Ed è stato proprio Paolo Ferrero che ha concluso i lavori, nel tardo pomeriggio, con un intervento interrotto più volte dagli applausi. Il suo messaggio è chiaro, ripartire dall'opposizione al governo Berlusconi, costruire unità della sinistra su terreni comuni di iniziativa, rilanciare il progetto della rifondazione non come testimonianza retorica, ma per l'attualità del messaggio ugualitario, per la domanda di giustizia sociale, per conquistare nuovi spazi di democrazia e diritti per tutte e tutti.
Il Congresso poi ha proceduto all'approvazione del documento finale con 64 voti a favore e 5 voti contrari, espressione della mozione “vendola” che nel Veneto in larga misura ha deciso di rimanere nel PRC e che ha partecipato al congresso in modo unitario e costruttivo.
Si è passati poi alla nomina del Comitato Politico Regionale, il parlamentino veneto del PRC, approvato all'unanimità. Il Comitato Politico immediatamente  riunitosi ha eletto con il 76% di consensi e senza nessun voto contrario, il nuovo segretario regionale. Si tratta di Renato Cardazzo, 52 anni, veneziano.
 
PRC Veneto Ufficio Stampa
 
RIFONDAZIONE COMUNISTA SVOLTA A SINISTRA
Intervista a Renato Cardazzo, neo segretario Veneto del PRC
 
Rifondazione un covo di nostalgici?
Ma di cosa si può essere nostalgici nel Veneto? E' dal dopoguerra che il dominio incontrastato della DC prima e delle destre xenofobe e iper liberiste poi, hanno sempre avuto mano libera. Se penso all'impegno politico guardo avanti, ai progetti di cambiamento possibili e spesso indispensabili a fronte di una società in balia di un modello di sviluppo insostenibile.
 
Ma sono i vostri stessi amici che si apprestano a seguire Vendola ed abbandonare il prc che vi accusano di identitarismo sterile
Voglio provare a ricostruire nel Veneto una presenza organizzata di rifondazione nei luoghi di lavoro, nei comitati ambientalisti, nelle associazioni democratiche, nelle realtà sociali, tornare tra le persone in carne ed ossa vittime di una politica che ha svenduto il Veneto agli interessi di finanziarie, banche e ad un modello di imprese fondato sui bassi salari e la precarietà. Vuol dire avere una identità? Bene, se questo significa essere identitari, felice di esserlo. Oppure è meglio essere moderni, rinnovati al punto tale da essere noti come il partito dei salotti e delle auto blù?
Se invece per identità si allude al “muro di Berlino”, alle nostalgie dei regimi dell'est ed altre amenità, mi limito a dire che molti di quelli che oggi ci indicano come cosacchi un po' ridicoli e un po' scemi, sono spesso gli stessi che, qualche anno addietro, andavano in gita premio a Mosca e ci avrebbero volentieri spediti nei gulag.
 
Veniamo alle cose concrete del nostro territorio, a freddo, dimmi tre questioni centrali di impegno del PRC
La crisi colpisce in modo drammatico i lavoratori e in primo luogo le fasce meno protette del precariato, cassa integrazioni con salari ridotti, migliaia di licenziamenti, dalle grandi imprese fino a quelle piccolissime prive di ogni ammortizzatore sociale. Serve un disegno unitario, sinistra, sindacato, istituzioni. Dobbiamo lavorare perché questa volta dalla situazione difficile si provi ad uscire partendo dai lavoratori, provando misure nuove di tutela. Penso ai fondi per integrare lo stipendio dei cassintegrati, per dare un assegno a chi non gode della cassa integrazione, penso ad un salario di cittadinanza per chi si trova espulso dal mondo del lavoro o per chi ancora non è riuscito a collocarsi.
 
La seconda?
Costruire una rete sociale di autodifesa. Niente di militaresco. Parlo di provare a mettere in moto luoghi sociali. Chi non ha la casa non deve vivere da solo il problema, deve potersi organizzare per rivendicare un diritto sacrosanto; per arrivare a fine mese serve potersi difendere dal carovita ecco allora che ci si può organizzare, con il consumo critico e popolare, costruendo Gruppi d'acquisto popolari, aprendo spacci popolari, ma anche palestre per i ragazzi del quartiere o del paesetto, gruppi di insegnanti per il doposcuola ai ragazzi bisognosi.
Ma anche gli sportelli contro gli abusi della burocrazia, per i lavoratori migranti, per i diritti dell'ammalato. Insomma un partito che riparte dal basso e si riconcilia con i settori sociali a cui appartiene.
 
La terza?
Costruire una alleanza popolare per fermare la devastazione ambientale.
Grandi opere, cave, discariche, fabbriche inquinanti, traffico, sviluppo urbano dettato dalle grandi imprese costruttrici e da una classe di amministratori imbelle: tutto ciò ci ha portato a condizioni allarmanti. Un bambino si avvelena solo perché respira l'aria di paesi costantemente inquinati, mentre vere e proprie barriere di cemento disgregano comunità e rendono impossibile la socializzazione. Il modello produttivo diffuso ha portato alla realizzazione di infrastrutture, strade, capannoni che sembrano un intricato disegno di un folle. E' una situazione compromessa, quasi disperata. Ciò nonostante la ricerca e l'iniziativa per un modello di sviluppo che non distrugga ulteriormente l'ambiente, che non sprechi le risorse naturali, che riconsegni il paesaggio alle comunità, che tuteli il diritto alla salubrità per i cittadini è un punto cardine.
 
Sul partito come la mettiamo? Come ti muoverai
E' finita l'epoca dei monarchi. Da parte mia credo nel collettivo intellettuale, nella condivisione. Credo che la verifica delle iniziative, la pratica, il partito del fare, accompagnato da discussioni di merito, qualificate, democratiche possa far tornare accogliente rifondazione.
Sono per metter fine ad una vecchia logica di settarismo e per aprire il dialogo a sinistra sulle cose da fare, consapevoli dei molti limiti ma senza dover fare una scissione ad ogni litigio
 
A proposito di scissione, Vendola annuncia l'abbandono del PRC e la nascita di un nuovo partito con la sinistra ex DS e nel Veneto?
La mozione “Vendola” ha ottenuto i propri consensi, circa il 19% a livello Veneto, andando nei circoli a promettere che mai avrebbero lavorato per sciogliere il Partito, ora sono divisi al loro interno e il congresso regionale di domenica scorsa (18 gennaio ndr) ha dimostrato che molti non hanno nessuna intenzione di seguire Vendola sulla via della scissione. Posso dire che la decisione di non votare contro sulla proposta del segretario regionale e di astenersi è un fatto importante e ne sono loro grato. Questa PRC è la loro casa. Lavorino insieme a noi per migliorarla
 
Proviamo a fare un gioco, ti dico delle parole e tu mi rispondi con una proposta concreta e in positivo
Pace Rinunciare alla costruzione della nuova base USA al Dal Molin di Vicenza e destinare le medesime risorse per bonificare l'Adriatico dalle bombe al fosforo e dall'uranio impoverito scaricate durante la guerra contro Belgrado
Lavoro Nessun stipendio sotto i 1300 euro, salario di cittadinanza per chi non accede al lavoro, penalità alle imprese che delocalizzano all’estero, contributi a chi valorizza la qualità del prodotto nel mantenimento dei diritti dei lavoratori. Lavorare meno per lavorare tutti e avere più tempo libero per se stessi e le relazioni affettive e ricreative. Nessun ricatto tra lavoro in cambio di produzioni nocive e inquinanti
Diritti  Libri, mense, trasporti scolastici gratuiti, affitti che non superino il 10% dello stipendio
Razzismo Il primo che evoca vagoni blindati e altre amenità xenofobe, spedito in un collegio a studiare educazione civica a pane e acqua.
Ambiente Fermare la cementizzazione di città e paesi, mantenere l’acqua come bene pubblico. Subito l’istituzione del Parco Interregionale del Consiglio, delle Piccole Dolomiti e Pasubio, della Laguna di Venezia
 
 
Intervento Carradori al 7° Congresso del Partito della Rifondazione Comunista
Ho l’onore di intervenire in rappresentanza delle compagne e dei compagni della Regione Veneto e della Federazione di Venezia. La nostra è una regione critica, dove la sinistra non ha perso solo ad aprile ma dove la sua sconfitta risale a molto prima.
Sconfitta che ha origine all’interno dei cambiamenti profondi avvenuti nella società negli ultimi anni.
Sconfitta di natura prima di tutto culturale che politica.
Sto parlando di una regione dove i valori di sinistra, i nostri valori, quelli in cui tutti noi ci ritroviamo, non sono solo di difficile comprensione o in crisi. Ma sono completamente scomparsi.
Beni comuni, solidarietà, accoglienza, aiuto, hanno perso significato a fronte di un dilagare velenoso di individualismo e liberismo sfrenato.
La denuncia di tutto ciò deve essere fatta. Ma poi dobbiamo assolutamente passare ad un altro piano. Organizzare un processo di trasformazione politica, sociale, culturale.
Questo processo non si può fare però riflettendo solo sugli aspetti negativi.
Questo processo si fa imparando a vedere dove gli altri non vedono, raccontare le storie che gli altri non raccontano, comprendere che i cambiamenti nascono dai margini, dalle zone d’ombra e non dai centri di potere.
Crediamo fermamente che tutto ciò si possa fare raccogliendo la sfida di ripartire “dal basso a sinistra”. Si colmano le spaccature profonde di una società in crisi necessariamente con interventi ed azioni di natura sociale. Non c’è contraddizione tra un partito che si ricostruisce direttamente nella società, dove i compagni e le compagne sono protagonisti delle lotte, dentro i conflitti, ed invece un’idea più alta, nobile della politica perché svolta nei luoghi “sacri” delle istituzioni.
Forse questi aspetti sono nuovi per il partito a livello nazionale, che attualmente si trova come smarrito ad interrogarsi a proposito del conflitto che si è creato tra la rappresentanza istituzionale e la società. Ma per noi del Veneto tutto ciò non è nuovo. Il Veneto è una regione dove il Partito della Rifondazione Comunista è quasi totalmente scomparso. La colpa di questa scomparsa non deve ricadere solo sul territorio. È il partito che si deve interrogare perché l’ha abbandonato, perché negli anni se ne è progressivamente disinteressato.
Affinché questa fondamentale autocritica del Partito non si traduca solo in una mera affabulazione da ciarlatani è necessario che si riveli in comportamenti coerenti con i bisogni dei territori, con i bisogni delle persone che vivono nei territori.
Interventi quotidiani semplici, quasi banali. Sto parlando di asili e servizi per l’infanzia autogestiti, polisportive per i giovani, interventi di cura e protezione verso i più deboli, dopo scuola per i ragazzi, corsi di italiano per gli stranieri.
Questo per noi è il Partito Sociale. Un Partito capace di coinvolgere al massimo le sue risorse, che sono il patrimonio più grande di questo Partito ossia le compagne ed i compagni che continuano a credere che un altro mondo deve essere possibile.
Il coinvolgimento attivo di tutte le compagne ed i compagni cozza contro un’idea di Partito oligarchica, costruita su forme di leaderismo teleguidato dove conta di più il gesto estetico che la costruzione dal basso quotidiana.
Chiediamo che la direzione politica del Partito non sia più monolitica e centralista, ma strutturata nei territori, policentrica.
È questo policentrismo che deve diventare la linea politica nazionale del Partito.
Lo slogan del congresso è “Ricominciamo” ma forse non si tratta di ricominciare ma di valorizzare chi non ha mai smesso di lottare.
RICOMINCIAMO: UNA SVOLTA A SINISTRA

 

VII CONGRESSO PRC - Pubblichiamo il documento politico approvato dalla maggioranza (342 voti a favore su 646) della platea congressuale

 


Odg conclusivo
 

1
Il Congresso considera chiusa e superata
la fase caratterizzata dalla collaborazione organica con il PD nella fallimentare esperienza di governo dell’Unione, dalla presentazione alle elezioni della lista della Sinistra Arcobaleno e dalla sbagliata gestione maggioritaria della direzione del partito.

Il Congresso prende atto
che nessuna delle mozioni poste alla base del VII Congresso nazionale del PRC è stata approvata.

Ritiene necessario e prioritario un forte rilancio culturale, politico e organizzativo del Partito della Rifondazione Comunista.

Respinge la proposta della Costituente
di sinistra e qualsiasi ipotesi di superamento o confluenza del PRC in un’altra formazione politica. Il tema dell’unità a sinistra rimane un campo aperto di ricerca e sperimentazione, partendo da questa premessa.

2
Il rilancio del PRC deve essere caratterizzato
in primo luogo da una svolta a sinistra. L’esperienza di governo dell’Unione ha mostrato l’impossibilità, data la linea del PD e i rapporti di forza esistenti, di un accordo organico per il governo del paese.

La sconfitta delle destre populiste
e della politica antioperaia della Confindustria è il nostro obiettivo di fase. A tale fine, la linea neocentrista che caratterizza oggi il Partito Democratico è del tutto inefficace e sarebbe quindi completamente sbagliata la proposta di ricostruzione del centro sinistra; ci ridurrebbe in una collocazione subalterna all’interno di un contesto bipolare.

Al contrario è necessario costruire l’opposizione al governo Berlusconi, intrecciando la questione sociale con quella democratica e morale, in un quadro di autonomia del PRC e di alternatività al progetto strategico del PD.


E’ importante recuperare l’idea che l’opposizione non è una mera collocazione nel quadro politico ma si configura come una fase di ricostruzione, di radicamento e di relazioni sociali, di battaglia culturale e politica. Nella crisi della globalizzazione capitalistica l’alternativa la si costruisce nella lotta sociale e politica contro il governo Berlusconi, i progetti confindustriali e le visioni fondamentaliste e integraliste. Dentro questa prospettiva è indispensabile rafforzare la sinistra di alternativa, avviando una collaborazione fra le diverse soggettività anticapitaliste, comuniste, di sinistra e aggregando le realtà collettive ed individuali che si muovono al di fuori dei partiti politici sui diversi terreni sociali, sindacali e culturali.

3
Il rilancio del PRC parte dalla ripresa dell’iniziativa sociale e politica.
La promozione di lotte, la costruzione di vertenze, la ricostruzione dei legami sociali a partire da forme di mutualità, sono indispensabili al fine di qualificare dal punto di vista dell’utilità sociale il ruolo storico dei comunisti e della sinistra. Così come sono elementi necessari per valutare l’efficacia della nostra presenza nelle istituzioni e per ribadire la nostra alterità e intransigente opposizione rispetto alle degenerazioni della politica. Anche in vista delle prossime elezioni amministrative, ferma restando la piena sovranità dei diversi livelli del partito, anche alla luce dell’importanza assunta dai governi locali nel dispiegarsi di politiche di sussidiarietà, privatizzazione e securitarie, è necessario verificare se gli accordi di governo siano coerenti con gli obiettivi generali che il partito si pone in  questa fase.

La lotta contro la manovra economica
antipopolare del governo delle destre, l’opposizione alle iniziative razziste e discriminatorie contro i migranti e i rom, il contrasto ai progetti di attacco al pubblico impiego e alla pubblica amministrazione, l’opposizione alla controriforma della giustizia e la questione morale, rappresentano terreni decisivi di iniziativa, di mobilitazione e di allargamento di un movimento di massa contro le politiche del governo.

E’ quindi necessario, fin da subito, che il nuovo gruppo dirigente
del partito lavori ad ogni possibile forma di coordinamento della sinistra politica, sociale e culturale al fine di mettere in campo la più ampia e forte mobilitazione contro il governo e la Confindustria. In questo quadro è necessario lavorare per la realizzazione di un nuovo 20 ottobre, una grande manifestazione di massa e una campagna politica di autunno che, partendo da quanti diedero vita all’appuntamento dello scorso anno, raccolga nuove forze, in particolare le espressioni di movimento e di lotta. Rientra in questo percorso l’impegno ad organizzare per il prossimo autunno la Conferenza Nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori.

Non è però sufficiente una manifestazione
; la ripresa di una iniziativa di lotta, richiede in primo luogo la messa in campo di una forte iniziativa in difesa delle condizioni di vita e di lavoro delle classi popolari; dalla difesa dei Contratti Nazionali di Lavoro alla questione dei salari e delle pensioni, dalla questione dirimente della lotta alla precarietà all’iniziativa contro la disoccupazione nel Mezzogiorno, dalla lotta per la casa alla difesa e sviluppo del welfare.

E’ centrale la questione del reddito, a partire dalla difesa del potere di acquisto di salari e pensioni che va tutelato anche attraverso un meccanismo di difesa automatica del valore reale delle retribuzioni e dal tema ineludibile del salario sociale.

Si tratta di terreni decisivi per ricostruire l’unità del mondo del lavoro, tra nord e sud, tra lavoratori pubblici e privati, tra italiani e migranti, e per ricomporre le attuali cesure tra lavoratori garantiti e atipici. Si tratta di declinare queste lotte intrecciandole al conflitto di genere ed alle relazioni intergenerazionali. Solo la ripresa del conflitto di classe può evitare che la guerra tra i poveri prenda piede nel nostro paese, sedimentando razzismo e xenofobia.

Pur nel rispetto dell’autonomia del sindacato
, non possiamo che sottolineare la necessità assoluta che vengano superate le logiche concertative che hanno reso impossibile la difesa dei lavoratori e delle fasce a basso reddito. In questo quadro, riaffermando la necessità di una piena autonomia del sindacato da partiti, governo e padronato, auspichiamo la costruzione di una ampia sinistra sindacale che ponga al centro i nodi della democrazia e della ripresa del conflitto. Così come salutiamo positivamente ogni forma di coordinamento e di cooperazione nell’ambito del sindacalismo di base.

Riteniamo opportuno favorire
ogni elemento di conflitto dal basso nei luoghi di lavoro, la rinascita di un protagonismo dei lavoratori e delle lavoratrici, l’emergere di momenti di auto-organizzazione, tutti elementi decisivi affinché la battaglia anticoncertativa assuma una dimensione di massa. In questo quadro è necessario un forte investimento nella costruzione della presenza organizzata del partito nei luoghi di lavoro.

Intrecciati con la questione sociale
in senso stretto, sono cresciuti nel paese importanti movimenti di lotta su temi decisivi quali la laicità dello Stato, la difesa della Costituzione repubblicana e antifascista, il rilancio della scuola e dell’università pubblica, il diritto alla libertà di orientamento sessuale e la lotta contro ogni forma di discriminazione, omofobia, violenza alle donne e attacco alle loro libertà, al diritto di scelta e di decisione sul loro corpo com’è il tentativo di attacco alla 194 e la legge sulla procreazione assistita, la difesa dell’ambiente su questioni che interessano contesti locali ma pongono problemi generali relativi al modello di sviluppo. Basti pensare alle lotte contro la Tav, contro le grandi opere, contro la proliferazione di inceneritori e rigassificatori. Si deve dare un sostegno attivo a questi movimenti lavorando per una ricomposizione dei conflitti  in una strategia globale di trasformazione.

Diritti sociali, civili, ambientali sono per noi le diverse facce di uno stesso progetto: l’alternativa di società.
In questo quadro il VII Congresso del PRC ritiene necessario il lancio di una stagione referendaria sulle questioni della precarietà, della democrazia sui luoghi di lavoro, dell’antiproibizionismo, da gestire con il più vasto schieramento possibile.

4
Il PRC, riprendendo il percorso cominciato a Genova
, ribadisce la propria internità al movimento mondiale contro la globalizzazione capitalistica e, in questo quadro, la volontà di intensificare la collaborazione e le relazioni con i partiti comunisti e progressisti, con tutti i movimenti rivoluzionari e le importantissime esperienze latino-americane che si collocano contro le politiche neoliberiste e di guerra, con i popoli in lotta contro l’occupazione militare e per l’autodeterminazione.

In Europa, in particolare,
lavora ad un rafforzamento dell’unità delle forze comuniste e di sinistra alternative al Partito Socialista Europeo, sia nell’ambito del Partito della Sinistra Europea sia in quello del Gruppo Parlamentare Europeo della Sinistra Unitaria Europea-Sinistra Verde Nordica, al quale aderiranno i futuri eletti.

Per questo motivo il Congresso
dà mandato agli organismi dirigenti affinché alle prossime elezioni europee siano presentati il simbolo e la lista di Rifondazione Comunista – SE sulla base del programma che sarà definito nel prossimo autunno. Questa decisione si deve accompagnare alla ricerca di convergenze, in occasione delle elezioni europee, tra forze anticapitaliste, comuniste, di sinistra, sulla base di contenuti contrari al progetto di Trattato di Lisbona e all’impostazione neoliberista e di guerra dell’ Unione Europea. Il Congresso ritiene gravissima qualsiasi manomissione della legge elettorale per le europee e impegna tutto il partito a contrastare questo progetto con il massimo di mobilitazione democratica di massa.


In Italia, in vista del prossimo vertice del G8
, il PRC si deve impegnare, nelle istanze del movimento contro la globalizzazione, a ricostruire lo schieramento di forze politiche e sociali che condusse la mobilitazione contro il G8 di Genova, senza tacere sulle responsabilità del governo Prodi e sull’accondiscendenza del governo Soru nell’individuazione della sede del vertice in Italia alla Maddalena.


Il PRC deve impegnarsi,
nell’ambito del movimento pacifista, in ogni lotta contro le guerre in corso nel mondo, contro la NATO e contro tutte le basi militari straniere, a partire da quella di Vicenza, e deve impegnarsi per il ritiro dei contingenti italiani dai teatri di guerra.

5
Il Congresso ritiene necessario rilanciare il partito
e il progetto strategico della rifondazione comunista ed impegna il nuovo gruppo dirigente a promuovere ed incoraggiare un effettivo e pluralistico dibattito politico e teorico che prosegua nel segno dell’innovazione e della ricerca. In questo quadro, la ricerca sul tema della nonviolenza non riguarda per noi un assoluto metafisico ma una pratica di lotta da agire nel conflitto e nella critica del potere.


E’ parimenti necessario
rilanciare l’indagine sulla morfologia del capitalismo contemporaneo, allargare il lavoro di inchiesta sulla nuova composizione di classe e sulle forme di organizzazione del conflitto.

Il rilancio del partito è impossibile senza la cura del partito stesso.

Il Congresso impegna il nuovo gruppo dirigente a procedere nella riforma del partito, in particolare mettendo in discussione il carattere monosessuato e separato della politica, muovendo dalle indicazioni emerse dalla Conferenza di Organizzazione di Carrara.

E’ necessario impedire ogni degenerazione del partito
in senso leaderistico e plebiscitario ed ogni subordinazione del partito alle rappresentanze istituzionali e ai rapporti verticistici con altre forze politiche.
La gestione unitaria del partito, nel rispetto di eventuali dialettiche interne agli organismi dirigenti a tutti i livelli, deve essere intesa come partecipazione ai processi decisionali e non come mero diritto di critica a decisioni assunte da maggioranze o, peggio ancora, da cerchie ristrette di dirigenti.


La democrazia non è una forma qualsiasi
di funzionamento del partito. Non si deve ridurre alla pura dialettica tra diverse posizioni né confondere in alcun modo con forme plebiscitarie di consenso. Il tesseramento deve essere strumento di partecipazione alla vita del partito, al suo progetto politico e alle sue decisioni. Non deve mai ridursi a strumento burocratico di conta interna. La democrazia necessita di partecipazione libera ed informata alla formazione di decisioni circa gli indirizzi politici di fondo e le scelte più importanti. In questo quadro la democrazia di genere è elemento essenziale della trasformazione della società per un mondo in cui eguaglianza e differenza siano elementi fondativi dell’autocostituzione di soggettività critiche, consapevoli, sessuate.


Gli organismi dirigenti
a tutti i livelli non devono essere retti da una logica elitaria e devono essere fondati sul principio di responsabilità. La rotazione degli incarichi, la non commistione di incarichi di partito con incarichi istituzionali di governo, il rinnovamento costante degli organismi e il superamento del loro carattere monosessuato, l’introduzione di codici etici relativi ai comportamenti connessi ai privilegi sono obiettivi che il Congresso indica come prioritari al nuovo gruppo dirigente.


Il Congresso impegna
infine il nuovo gruppo dirigente a lavorare, con gli strumenti opportuni, al miglioramento della formazione di tutti gli iscritti, dai militanti di base ai dirigenti nazionali”.

Chianciano, 27 Luglio 2008



 

I numeri definitivi del congresso
Totale votanti 43552

Mozione 1 (Grassi-Ferrero) 17565 (40,3%)
Mozione 2 (Vendola) 20579 (47,3%)
Mozione 3 (Pegolo) 3351 (7,7%)
Mozione 4 (Belotti) 1385 (3,2%)
Mozione 5 (De Cesaris) 672 (1,5%)

Confronto tra le due mozioni maggioritarie nelle macro zone

Nord
Mozione 1 50,8% (5522)
Mozione 2 28,6% (3115)

Centro
Mozione 1 44,8% (5539)
Mozione 2 42,8% (5126)

Sud
Mozione 1 29,7% (4783)
Mozione 2 42,8% (10051)

Isole
Mozione 1 41,3% (1861)
Mozione 2 50,6% (2277)




Intervista a Paolo Ferrero - dall'unità del 23 luglio 2008
Alle elezioni con il nostro simbolo, ma non alleati con il Pdci. Il confronto sarà in Commissione politica, nessuno trasformi il Congresso in una telenovela.

«Non è un problema di analisi logica. È un problema politico». Paolo Ferrero, firmatario della mozione 1 al Congresso di Rifondazione che si apre domani, ha le idee chiare sul futuro della Sinistra. E del Prc. Per questo preferisce non addentrarsi nelle distinzioni grammaticali che Nichi Vendola, firmatario della mozione 2, ha utilizzato per tentare di aprire ad una parte dei sostenitori della mozione dell’ex ministro della Solidarietà Sociale. «Per me –dice Ferrero- costituente e processo costituente sono esattamente la stessa cosa». Invece la priorità è «il rilancio del partito», ergo «la costituente è chiusa». Più chiaro di così.
Indubbiamente le posizioni tra le due mozioni arrivate in testa al voto degli iscritti restano ancora lontane e domani, molto probabilmente, a Cianciano la platea dei delegati sarà divisa in due. I sostenitori del governatore della Puglia (che ha raccolto il 47,3% dei voti) da una parte e quelli dell’ex ministro (40,3%) dall’altra.
Ferrero, Nichi Vendola ha detto che vuole incontrare i rappresentanti delle altre quattro mozioni per ricostruire l’unità di Rifondazione. Lo ha già visto?
«Non ancora, molto probabilmente lo vedrò domani (ndr oggi)».
Però sembra che Vendola abbia dialogato con Claudio Grassi, firmatario della sua mozione…
«Non voglio trasformare il congresso in una specie di telenovela. Preferisco attenermi alle notizie ufficiali. E vedo che Grassi ha respinto al mittente le aperture. La nostra mozione resta compatta».
Cosa pensa di questa sorta di «bilaterali» lanciati dalla mozione della maggioranza relativa?
«Noi pensiamo che la sede più opportuna per il confronto sia la Commissione politica del congresso. Crediamo che sia un luogo più trasparente, per il semplice fatto che si siedono tutte le mozioni».
In molti hanno evocato un congresso della doppia platea, con voi da una parte e vendoliani dall’altra…
«Indubbiamente è stato un congresso molto combattuto, ma spero si riescano a trovare degli elementi di ascolto reciproco. Del resto anche durante le discussioni nei circoli, qui e là, questi elementi si sono trovati».
Quindi esclude lo spettro della scissione?
«Nessuno ne ha mai parlato, quindi credo che non si possa prendere in considerazione».
Quali sono i margini di ricomposizione?
«Questi si verificheranno nella commissione politica dove noi proporremo una gestione unitaria, di tutte le mozioni, e cercheremo una convergenza sui nostri punti prioritari».
E il segretario?
«Quello viene dopo, prima dobbiamo definire una linea politica».
Quali sono i punti qualificanti della vostra mozione?
«Per prima cosa ripartire da Rifondazione, la costituente è chiusa».
Andrete alle europee insieme ai Comunisti italiani come ha chiesto Diliberto?
«Credo che dovremmo andare alle elezioni col nostro simbolo, non credo sia il caso in questo contesto andare col Pdci. Dobbiamo rifondare il partito attraverso la ricostruzione della sua utilità sociale. E per mettere il sociale al centro abbiamo bisogno della nostra autonomia. Anche da Pd che ha scelto la strada sbagliata. Per uscire dalla crisi bisogna scavare in basso a sinistra, il contrario di quello che fanno i democratici».
Che vuol dire scavare in basso?
«Ricostruire il conflitto tra il basso e l’alto perché l’alternativa è tra il conflitto di classe e la lotta tra poveri».
Cioè?
«Nella crisi della globalizzazione la destra rischia di essere egemone proponendo la guerra tra i poveri, cioè gestendo le paure dei cittadini e mettendoli gli uni contro gli altri. Una volta è colpa dei cinesi, un’altra dell’immigrato, un’altra ancora dello zingaro».
E come si fa opposizione?
«Appunto, ricostruendo il conflitto tra chi sta in basso e chi sta in alto. Non solo sui luoghi di lavoro, ma in senso molto più ampio. Per chiedere gli asili, le scuole, etc. Solo così usciremo dalla crisi che ci ha travolto dopo l’esperienza del Governo Prodi».
Un’esperienza fallimentare?
«Sui punti fondamentali per i quali la gente ci aveva votato, non siamo riusciti a dare risposte concrete. Chi non arrivava a fine mese nel 2006 continua a non arrivarci ora. Chi era precario lo è restato. Tra le altre cose non abbiamo risolto il conflitto di interessi. È anche questa mancanza che ci ha travolto».

Congresso della Federazione Padova
Ultimi scambi di battuta pre-congresso - 21 luglio

MOZIONE 1
Dichiarazione di Maurizio Acerbo, esponente Prc e primo firmatario mozione congr n. 1.


Noto, nel comunicato stampa della mozione Vendola diffuso ieri sulle agenzie e ripreso oggi da alcuni quotidiani, alcune contraddizioni. La prima è un problema rispetto ai numeri effettivi presi da ogni mozione congressuale, ma sopratttutto la messa in discussione, da parte della mozione Vendola, dell’operato della commissione congressuale, che è stata composta in modo unitario da parte di tutti e che, peraltro, ha quasi sempre preso decisioni all’unanimità. Le regole che la commissione si è data sono a garanzia di tutto il partito, trovo poco responsabile che ancora vengano messe in discussione, soprattutto a pochi giorni dal congresso stesso.
Inoltre, la mozione 2 può rivendicare tutti i tipi di maggioranza relativa che vuole, ma resta un punto, che rappresenta anche l’unica vera “notizia” di questa assurda guerra delle cifre che ha impazzato sui media in questi mesi, rispetto ai risultati dei congressi del Prc: nessuno ha vinto il congresso e, a Chianciano, una ricomposizione unitaria non può che partire da questo dato. E cioè dal fatto che nessuna delle mozioni congressuali ha i numeri per far valere, da sola, il proprio progetto politico. Nello specifico, però, una cosa è certa, e cioè che l’ipotesi di costituente della sinistra è stata bocciata, visto che non ha raggiunto, come pure era stato più volte annunciato dai suoi principali sostenitori, la maggioranza assoluta dei consensi e che, al contrario, tutte le altre mozioni esplicitamente contenevano il rifiuto di tale prospettiva. Ecco perché qualsiasi ipotesi di ricomposizione unitaria del Prc non può che partire da questo semplice dato, e xcioè che nessuno, almeno finora, ha “vinto” nulla.
Ufficio stampa Prc


MOZIONE 2
Dichiarazione di Francesco Ferrara (ex resposabile dell’Organizzazione della segreteria del Prc)


Giunti al termine dei Congressi di circolo del Prc, è ora di trarre un bilancio del voto di circa 45.000 iscritte e iscritti. La mozione 1 ha ottenuto17.542 voti, pari al 40,13%. La Mozione 2 20.797 voti, pari al 47,57%. La 3, con 3.310 voti, si attesta al 7,57%, la 4, con 1390 voti, al 3,18% e la 5, con 660 voti all’1,51%. La consultazione ha così ribaltato i risultati ottenuti dalle mozioni in sede di Comitato politico nazionale e di Comitati politici federali. La mozione 2, seconda nei gruppi dirigenti, si afferma invece come la prima nella base del partito.
Riteniamo opportuno segnalare che a queste cifre andrebbero sommati i circa  542 voti per la mozione 2 che sono stati annullati senza motivo reale, facendo valere il principio di maggioranza, dalla Commissione congressuale (mentre il “verdetto” su altri 150 è ancora pendente) e i 142 voti che sono stati cancellati “in anticipo” impedendo agli iscritti di votare. Di contro, la Mozione 1 ha incassato 201 voti provenienti da Circoli formatisi all’ultimo minuto e senza passare per l’approvazione dei rispettivi Comitati federali, in spregio alle regole statutarie. Nel complesso si tratta di una differenza di circa mille voti in meno per la nostra mozione.
Cionostante, la Mozione 2 ha ottenuto una solida affermazione, che si rivela ancor più netta sul piano politico. Se da un lato ci troviamo di fronte a un preciso progetto condiviso da circa metà del Prc, dall’altro si registra la presenza di almeno cinque progetti diversi e tra loro inconciliabili. La vittoria della Mozione 2 è dunque indiscutibile sia sul piano numerico che, a maggior ragione, su quello politico.
Riteniamo che questo risultato, per il quale ringraziamo tutte le iscritte e tutti gli iscritti, ci assegni una precisa responsabilità: quella di avanzare una proposta politica tale da consentire a Rifondazione di ricomporre la propria unità e di recuperare un ruolo centrale nel processo di ricostruzione della Sinistra in Italia.
Non abbiamo mai pensato che una vittoria congressuale potesse autorizzare chicchessia a imporre le proprie scelte e la propria linea politica. Il Partito della rifondazione comunista non è della mozione che prende più voti: è di tutte le iscritte e di tutti gli iscritti. Qualsiasi progetto deve essere sottoposto al confronto e al dibattito con la massima apertura e disponibilità, alla ricerca imprescindibile di un consenso e di una condivisione che devono essere quanto più ampi possibile.
E’ tuttavia altrettanto evidente che il punto di partenza di questo confronto, che sarà l’anima della fase conclusiva del nostro congresso, non può essere la cancellazione del progetto politico che, rispetto agli altri messi in campo, ha ottenuto la maggioranza di consensi nella base.
Questo sarebbe infatti un procedimento inverso rispetto al metodo, che per noi resta l’unico accettabile, della ricerca di un consenso largamente partecipato.

 

Congressi Provinciali Regione Veneto
Andiamo alle elezioni europee con il nostro nome, il nostro simbolo e un nostro programma. Impresa ardua, ma possibile di Claudio Grassi 16 luglio 2008
Per la prima volta nella storia di Rifondazione Comunista l’esito del nostro congresso registra un risultato che non consegna a nessuno dei documenti che sono stati sottoposti al voto una maggioranza. Per chi conosce questo partito, visto come si erano distribuite le varie anime sui documenti, era facile prevedere questo epilogo. Infatti, al di là dei proclami infelici di “vinceremo” lanciati con alcune interviste all’inizio del congresso, tutti sapevano che la mozione Vendola avrebbe prevalso al Sud, che in questi congressi avrebbero votato molte più persone rispetto alla media e che la mozione Acerbo avrebbe prevalso in larga parte del Centro-Nord. Così è stato. Da questo risultato, che non consegna a nessuno la maggioranza, bisogna ripartire perché a Chianciano si trovi una via d’uscita che eviti la dissoluzione di Rifondazione Comunista.
Prima di avanzare una proposta di percorso vorrei fare anch’io - come hanno fatto altri nei giorni scorsi - alcune valutazioni sui risultati politici e numerici del congresso.
Il fatto più rilevante è che la proposta politica della “costituente della sinistra” non ha ottenuto la maggioranza dei consensi, quindi non può essere riproposta. Lo sottolineo perché per avallarla si è voluto fare un congresso definito «di chiarezza» e a mozioni contrapposte. L’esito è chiaro: il 52% è stato contrario. E’ vero che questo 52% è formato da diverse mozioni, ma è altrettanto vero che pur divergendo su molte cose, su questo punto esse esprimono una comune contrarietà.
La seconda riflessione che vorrei fare è la seguente: la lettura dei risultati delle varie mozioni non può ridursi ad una mera valutazione del numero totale dei voti conseguiti da ciascuna di esse. D’altra parte siamo sempre stati noi, per esempio, a leggere i risultati dei referendum sindacali guardando non solo il dato assoluto - chi aveva vinto e chi aveva perso - ma anche il modo con cui si era vinto e come era collocato territorialmente il voto. Se noi facciamo questo anche per il nostro congresso scopriamo elementi “interessanti”. Accantoniamo la polemica sul tesseramento. Mi limito a sottolineare la contraddizione che emerge dal fatto che il partito, quasi ovunque, si trova in una grave difficoltà politica e organizzativa tale per cui fatica a ritesserare i compagni, mentre in alcune realtà, senza che vi siano motivazioni specifiche, si registra un incremento forte del tesseramento. Ma, a parte questo, nel momento in cui sto scrivendo con il 96,6% dei congressi fatti, quindi a congresso praticamente concluso, la mozione Vendola ha raccolto 20001 voti (46,8%), la mozione Acerbo 17291 voti (40,6%), la mozione Pegolo 3332 voti (7,8%), la mozione Bellotti 1377 voti (3,2%), la mozione De Cesaris 631 voti (1,5%). Cosa succede però nelle strutture territoriali del partito? Il risultato si capovolge! Il documento Acerbo vince in 12 regioni, quello Vendola in 8. Il primo documento ha la maggioranza in 62 federazioni e il secondo documento in 47. Infine, il dato che considero più significativo: su circa 2000 circoli in cui si è svolto il congresso, il primo documento ha prevalso, vincendo in 1000 circoli contro gli 800 del secondo documento. Ciò significa che il documento Vendola prevale perché ottiene più voti, ma questi voti sono concentrati in una minoranza di regioni, di federazioni e di circoli. E’ un fatto politico che non può non essere tenuto in considerazione.
Come uscire da questa situazione? Come evitare che il congresso di Chianciano si trasformi in una contesa distruttiva? Io penso che noi dobbiamo cominciare a ragionare su di un documento politico il più possibile unitario. Una piattaforma politico-programmatica, definita collegialmente da tutte le mozioni, che indichi un programma di lavoro per il prossimo anno, fino alle elezioni europee e amministrative. So che ci sono delle differenze tra di noi e che non è facile tenere assieme posizioni anche molto diverse, ma so anche un’altra cosa. Questo non è un passaggio qualsiasi per il nostro Partito. Siamo fuori dal Parlamento ed è verosimile che ciò perduri per almeno cinque anni, siamo scomparsi dai mezzi di informazione e ci attende un periodo duro per il partito e per il giornale in conseguenza della riduzione drastica dei finanziamenti pubblici. Io penso che in questo contesto o convergiamo tutti in un unico sforzo, salvare e rilanciare Rifondazione Comunista, o la dissoluzione sarà inevitabile.
Dobbiamo provarci. Per questo avanzo alcune proposte che, a mio parere, potrebbero essere gli assi attorno a cui costruire una piattaforma politica e di lavoro per Chianciano. In primo luogo, fin da settembre, è necessario lanciare il Partito all’esterno per costruire l’opposizione politica e sociale al governo Berlusconi. E’ incredibile che, di fronte a tutto quanto sta succedendo, l’unica cosa che sappiamo fare è esercitarci in un dibattito che disquisisce su quante cose sbagliate siano state dette nella manifestazione di Di Pietro a Piazza Navona. Il problema non è questo. Chi è Di Pietro e quale sia la sua cultura lo sappiamo da tempo. Il problema non sono prioritariamente i contenuti o, ancor meno, i toni di quella piazza, ma il fatto che a riempirla sia stato Di Pietro e non noi, perché noi da mesi siamo avvitati in una discussione esclusivamente interna! Allora proponiamo a tutte le forze della sinistra un coordinamento nazionale che si attrezzi da subito per chiamare alla lotta e alla mobilitazione la nostra gente. In secondo luogo dobbiamo procedere nel percorso di unità a sinistra e contemporaneamente nella riforma del nostro partito per combattere quelle degenerazioni a cui abbiamo assistito anche in questo congresso. Per farlo basta una cosa semplice semplice. Prendiamo il documento della conferenza di Carrara, condiviso e votato dalla stragrande maggioranza del Partito, e usiamolo come guida per la nostra azione. Infine chiariamo fin da subito che andremo alle elezioni europee con il nostro nome, il nostro simbolo e un nostro programma. L’impresa è ardua, ma possiamo farcela. Alle elezioni europee non ci sarà più il meccanismo del voto utile e se noi in questo anno sapremo lavorare bene nei territori, potremmo essere noi (e non il Pd, in preda ad una crisi ancor più grave della nostra) ad intercettare il malcontento che inevitabilmente crescerà contro questo governo.
Se si determinasse questo, se alle elezioni europee Rifondazione dovesse recuperare anche solo una parte dei voti persi, ciò potrebbe ridarci fiducia e motivazione e potrebbe riaprire una stagione nuova per Rifondazione Comunista e per tutta la sinistra.
Liberazione (o il suo direttore) vive su Marte? Oppure ci piglia per i fondelli? di Roberto Mapelli
Chiunque di buon senso e di minima esperienza politica rimane allibito
nel leggere l'editoriale di oggi 4 luglio (senza firma), dove si
prende posizione per la mozione 2 riguardo all'annullamento del
congresso di Reggio Calabria. Si dice che siccome è impensabile la
truffa, allora siamo di fronte alla partecipazione di massa; e che
chiunque la metta in dubbio come tale fa male al partito e alla
democrazia.
Quindi si dice che di fronte a congressi nel cui dibattito partecipano
poche decine di persone e per la cui votazione si presentano
centinaia di iscritti (poco importa se regolari o illegittimi), che
guarda caso votano tutti per una mozione, si è in presenza non di
cammellaggio e in qualche misura di voto di scambio, ma si assiste
al consenso di massa e alla democrazia partecipativa.
O si è su Marte o si è disonesti.
Non si tratta solo di rispettare la decisione di una commissione di
garanzia in cui tutte le componenti sono rappresentate paritariamente
(e che ha votato a larghissima maggioranza l'annullamento del
congresso di Reggio), ma di valutare la lesione morale ed etica che il
comportamento della mozione 2 sta provocando a tutti i livelli.
Non si tratta solo di dubitare di un congresso dove nella stragrande
maggioranza delle federazioni una mozione vince e poi per il numero
dei voti in poche altre, se non addirittura in pochi circoli, un
altra prevale, cio蠤i un esito congressuale di fatto definito da una
concentrazione locale di voto clientelare, ma di chiedersi seriamente
quale levatura morale ed etica possono vantare gli autori di tali
operazioni e di quale senso di responsabilità mettono in campo in una
evidente opera di distruzione del partito.
E si, perchè il partito forse può reggere la sua peggiore crisi di
consenso (l'evidente motivo, dopo l'esito disastroso delle elezioni,
del basso numero di voti espressi in tutte le federazioni, tranne
qualcuna e dove evidentemente vige la strana proporzione inversa tra
esito elettorale del Prc e iscritti), ma non può senz'altro sopportare
il gioco al massacro fatto dalla disgregazione di ogni legame di
fiducia nella condivisione delle regole comuni.
Di questo dovrebbe preoccuparsi il direttore di Liberazione, in primo
luogo come giornalista. La notizia sta qui: la mozione Vendola sta
cercando di distruggere il Prc, o disgregandolo prima del congresso o
tentando di vincere in modo inaccettabile per tutti gli altri. Perchè
Il serio giornalista comincia da qui la sua indagine, non la finisce
con la sentenza religiosa sulla bontà prioristica degli attori in
campo.
Ancora una volta, come su Cuba e il Venezuela, Liberazione bocciata
all'esame di giornalismo....

Roberto Mapelli - Associazione Punto Rosso
4 luglio 2008
LETTERA APERTA ALLE COMPAGNE E AI COMPAGNI DI RIFONDAZIONE COMUNISTA
Care compagne e cari compagni, siamo in un momento molto delicato del nostro percorso congressuale, in un frangente che impone a ciascuno di assumersi per intero le proprie responsabilità politiche e anche morali. Per questo scriviamo oggi questa lettera, che rivolgiamo a tutte le compagne e a tutti compagni di Rifondazione Comunista, a cominciare da coloro che aderiscono alla mozione Vendola.


Intendiamo parlarvi della questione del tesseramento: questione scottante, scabrosa, sulla quale parte della stampa ha cercato di speculare per mettere il nostro partito in cattiva luce. Noi abbiamo giustamente reagito contro queste strumentalizzazioni, tese a diffamare Rifondazione descrivendola come un luogo di corruzione. Ma sbarrare la strada a campagne diffamatorie non implica certo ignorare un problema che viene aggravandosi ogni giorno di più, e che rischia di alterare seriamente il risultato del nostro Congresso. Perché diciamo questo? Permetteteci, in primo luogo, di evocare alcuni episodi nei quali - come si dice - i fatti parlano da soli.


Vi sono circoli nei quali il numero delle tessere è più che raddoppiato rispetto allo scorso anno. Vi sono territori nei quali il partito registra un numero di iscritti pari al 75% dei voti raccolti dalla Sinistra alle ultime politiche. Vi sono congressi nei quali - in seguito all'esplosione delle nuove iscrizioni - ha votato l'80% degli elettori della Sinistra l'Arcobaleno. E ai quali hanno preso parte - talvolta svolgendovi ruoli influenti - iscritti e persino dirigenti di altre formazioni politiche. Quasi tutti questi congressi si sono svolti nel Mezzogiorno (in particolare in Campania, Puglia, Calabria e Basilicata). E tutti hanno visto una schiacciante affermazione della mozione Vendola.


Naturalmente questi sono soltanto alcuni aspetti del problema. L'elenco potrebbe essere ben più lungo. Ma riteniamo opportuno fermarci qui, per trarre qualche rapida considerazione.


In alcuni dei casi citati sono state commesse violazioni del regolamento che hanno dato adito a ricorsi sui quali giudicheranno gli organismi congressuali. In altri casi, invece, le regole sono state formalmente rispettate, ed è soprattutto su questi che vorremmo invitarvi a riflettere. Basta - vi chiediamo - attenersi alla lettera di una regola? O non occorre anche, per ritenere di avere ben operato, rispettarne lo spirito? Come ricorderete, abbiamo deciso insieme di consentire la partecipazione al congresso anche ai nuovi iscritti per dare un segnale di apertura. Rimaniamo convinti che si sia trattato di una scelta giusta, soprattutto in un momento nel quale la politica appare distante anni luce dalla società, chiusa su se stessa, indifferente ai drammi che si consumano fuori dalle mura del Palazzo. Ma questa norma di tutela democratica che cosa ha a che vedere con l'iscrizione in extremis di decine e decine, talvolta di centinaia di persone? Che rapporto c'è tra la giusta istanza della partecipazione e il lavorio organizzato di apparati e rappresentanze istituzionali volto a moltiplicare le iscrizioni allo scopo di prevalere nelle votazioni dei congressi?


Nella mozione Vendola si parla ripetutamente di democrazia. Da comunisti, sappiamo che le parole possono essere usate come maschere per nascondere l'opposto di quel che significano. Vi chiediamo: che cosa c'è di più antidemocratico del negare a una comunità il diritto di decidere del proprio futuro? Questo oggi rischia di accadere, se lasciamo che l'esito del congresso sia condizionato dal voto di chi ha preso per la prima volta quest'anno - appena qualche giorno fa - la tessera del Prc. Che cosa diremo alle compagne e ai compagni che il nostro partito hanno costruito e sostenuto in tanti anni di lavoro e di generose battaglie? E in quale partito ci ritroveremo, dopo il congresso, chiunque abbia prevalso, se non fermiamo subito questa sciagurata operazione, del tutto estranea alla storia dei comunisti e del movimento operaio?


Potremmo dirvi ancora diverse cose. Ricordarvi che un principio basilare della nonviolenza imporrebbe di evitare i mezzi che contraddicono il fine. Rammentarvi la cura che tutti insieme ponemmo, in occasione della Conferenza di Carrara, nel denunciare il nefasto operato dei «comitati elettorali». Richiamarvi all'evidenza che simili pratiche non aiutano certo a salvare il partito - né a rafforzare la sinistra italiana - e rischiano invece di esasperarne la crisi. Preferiamo fermarci qui, confidando nel vostro ascolto e nella vostra sensibilità. Per questo vi proponiamo quella che a noi e a tanti pare oggi una possibile via di uscita dall'impasse in cui ci troviamo.

Ci riferiamo alla proposta, formulata qualche giorno fa dai compagni della quinta mozione, di fermare il tesseramento 2008, utile al voto nel congresso, a dieci giorni prima del primo congresso di circolo. Sappiamo bene che nessuno, nel corso di una competizione, può imporre regole diverse da quelle stabilite all'inizio. Ma crediamo anche che, di fronte a degenerazioni impreviste - dinanzi a un uso distorto del tesseramento che non ha precedenti nella storia di Rifondazione Comunista - si impongano gesti di saggezza. Del resto questa proposta mira soltanto a restituire piena autonomia alla nostra comunità politica, impedendo che fenomeni anomali risultino determinanti per l'esito del congresso. E non discrimina alcuno, se non chi intende approfittare delle nostre regole per stravolgerle. Per questo crediamo che sarebbe un grave errore non accoglierla. Ovviamente, a nostro parere, non è una decisione che possa essere assunta a maggioranza. Essa deve ottenere il consenso di tutte le mozioni. Per parte nostra, noi la sottoscriviamo e riteniamo che sarebbe un atto di grande rilievo che tutti, a cominciare da Nichi, facessero altrettanto. Per ricostruire il senso di appartenenza alla nostra comunità politica, per il bene di Rifondazione Comunista.
 


Alberto Burgio, Laura Marchetti, Citto Maselli, Enrico Melchionda, Lidia Menapace, Pasquale Voza

3 luglio 2008

 
Davvero si può andare avanti cosi?
di Nicola Vetrano - Liberazione 29 giugno 2008

Davvero non andiamo bene, compagni. Nel difficile momento che stiamo attraversando, un colpo molto forte alla trasparente e libera vita politica interna del nostro Partito mi sembra sia stato inferto, nella federazione di Napoli, dal congresso del circolo di Castellammare di Stabia. Il congresso è iniziato giovedì pomeriggio, il 19 giugno, in pubblica seduta, nel Palazzetto del Mare della importante città operaia e marinara, un palazzetto mal costruito, dunque caldissimo, perché esposto al sole fino al tramonto. Stavamo dunque in un luogo che segnava emblematicamente il rapporto tra natura, storia - Stabiae fu la terza città distrutta dal’eruzione “pompeiana” del Vesuvio nel 79 d.C. - e lavoro operaio, rapporto che ha caratterizzato lungamente questa città, che chiude la linea di costa industriale della provincia di Napoli verso la Penisola Sorrentina, una terra bellissima ed al contempo devastata dall’inquinamento del fiume Sarno e da una camorra spietata ed affarista. Questa città elegante e liberty è stata, sin dalla fondazione del movimento socialista italiano, una delle roccaforti del movimento operaio campano, e ancora oggi si ricorda quando Mussolini fu fischiato durante un comizio, negli anni dell’Impero. Il nostro congresso, mi duole dirlo, non è stato affatto all’altezza di questa storia. Nella prima giornata vi hanno partecipato non più di una ventina iscritti, più i presentatori delle mozioni. In compenso c’erano numerosi esponenti esterni, dell’Amministrazione e di altre forze politiche. Di per sé, ovviamente, questo è un bene. Solo che non mi è sembrata esserci la distanza e il rispetto dovuto verso le questioni interne al Prc. Al sindaco di Castellammare, Salvatore Vozza, già deputato del Pci e del Pds, e attualmente militante di Sd, veniva data la parola inopinatamente per aprire, lui, i lavori del Congresso, anche prima del segretario uscente, quasi a sottolineare una familiarità, se non una vera e propria “internità”, al nostro dibattito. Quando lasciava la sala, rivolgendosi al sottoscritto, forse memore della comune decennale militanza nel vecchio Pci, mi diceva: «Io ti conosco, fai il bravo con questi compagni».
Avrei voluto senz’altro accontentarlo. Ma c’è un limite a tutto quello che si può accettare. Il congresso, infatti, nei suoi momenti decisivi, mi ha lasciato francamente allibito. Nella seconda giornata, tenutasi il 23 giugno in piazza Ferrovia, nei locali del circolo, erano presenti al dibattito, durato dalle 18 alle 19, circa 25 iscritte/i. Ma, alle 18.45, una massa di persone si accalcava nell’antisala del circolo, sito a piano terra di uno storico palazzo, in forma di villetta vesuviana. Molte di queste persone  cominciavano a sbuffare per il caldo e premevano per votare. Alcune signore, entrando nella sala del circolo, gridavano ad alta voce: «io nun saccio nemmeno a chi aggia vutà». (io non so nemmeno chi debbo votare). Il presidente dell’assemblea giustificava tali ripetute smemoratezze con la frase: «C’è stanchezza da caldo, le persone perdono lucidità in contesti del genere!». Alle 19, dunque, questa massa di persone, alcune trascinando con loro i bambini che li accompagnavano, e che erano giustamente stanchi di stare in un ambiente divenuto angusto, oltre che fumoso ed affollato, arrivava di fatto al tavolo della Presidenza ed alcuni di loro cominciavano a declinare le loro generalità, accalcandosi l’uno sull’altro, impedendo ai rappresentanti delle mozioni 3 e 4 di effettuare la loro replica ed ancor più eliminando la possibilità per la compagna garante, ormai divenuta presidente di un seggio elettorale affollato, di concludere i lavori, secondo quanto recita il nostro regolamento. La votazione non è stata, perciò, per appello nominale, ma come nell’antico senato romano, per autoproposizione al voto, con in mano carta d’identità o tessera del partito, da parte di una folla di persone,che si accalcavano al tavolo della presidenza, chi proponendosi alla garante, chi al sottoscritto.
E’ stata un’ora e trenta di caotiche votazioni, con votanti che si davano del voi e davano del voi alla Presidenza, che chiedevano il permesso di andare dopo il voto, che spesso risultavano indecisi sulla mozione da votare, ma risolvevano la loro difficoltà sollecitati da qualcuno, dicendo la parola-chiave: Vendola. Tutto nella confusione di liste elettorali con nominativi indicati in maniera non alfabetica.
Questo fatto ha impedito anche un controllo puntuale su molti votanti! Alla fine del conteggio, 137 voti risultavano attribuiti alla mozione 2. Altri 7 voti venivano contestati, dal sottoscritto e dal compagno Biagio di Rocco, consigliere comunale e rappresentante locale della mozione 1, poiché i nomi dei votanti non risultavano presenti né nell’elenco affisso al muro del circolo, né in quello, del tutto incompleto e disordinato, fornito dalla commissione provinciale. Vale appena il caso di ricordare che nei giorni precedenti, il compagno Di Rocco, che sostiene la mozione 1, non aveva avuto la possibilità di prendere visione degli iscritti, pur avendolo chiesto ripetutamente al segretario. 
Con quale animo ho lasciato Castellammare, è facile intuire. Nella mia mente s’è fatta strada un’altra idea della città, purtroppo, che pure risponde al vero, dal momento che Castellammare fu pure la città della famiglia Gava…
Quei votanti si comportavano come in un seggio elettorale istituzionale, e nessuno di loro rimaneva per conoscere la proclamazione dei risultati, che si è svolta davanti ad appena 10 compagne/i…
Si è determinata una situazione di confusione tra i pochissimi compagni presenti e la stessa compagna garante ha dovuto con sconforto prendere atto della situazione, per cui non si è passato all’elezioni degli organismi dirigenti neanche tra i pochissimi compagni presenti in quel momento (anche se poi, incredibilmente, nei giorni successivi si è detto, mentendo, che il direttivo era stato eletto).
Che dire? Che non di “falangi macedoni” di votanti abbiamo bisogno, ma di un libero, unitario, consapevole confronto politico nel nostro congresso. E chiedo al mio vecchio amico Nichi Vendola se questi voti plebiscitari ad una sola mozione - la sua - non gli ricordino le situazioni bulgare o sovietiche, che lui ebbe il coraggio di contestare nel palazzo dei congressi di Mosca, quando rivendicava, giustamente, il diritto al libero pensiero, alla felicità, al bisogno di comunismo?
E poi: vincere così, non gli ricorda forse la vittoria di quel re dell’Epiro che straripò proprio nelle sue terre, vincendo battaglie sanguinose, ma i cui morti e feriti retroagirono sulla sua vittoria, fino a trasformarla in una sostanziale sconfitta di fronte alla storia?
*presidente del Collegio Regionale di Garanzia della Campania
Ricostruire, per non sbagliare di nuovo
di Paolo Ferrero - il manifesto, 27 giugno 2008

Rossana Rossanda ha posto, a proposito del congresso di Rifondazione, delle questioni di fondo su cui vorrei qui ragionare. Mi pare evidente che la sconfitta sia stata determinata in larga parte dal fatto che la sinistra non è riuscita a condizionare il governo Prodi e la maggioranza dell’Unione. Non avendo portato a casa i risultati posti alla base del programma dell’Unione e della campagna elettorale del 2006, abbiamo perso due terzi degli elettori che evidentemente ci hanno ritenuti inutili. La scelta della maggioranza dell’Unione di mediare su tutti i punti di fondo con i poteri forti e di riprodurre politiche di liberismo temperato, senza tener fede al programma, ha determinato la base materiale della vittoria delle destre e ha distrutto la sinistra.
L’errore lo abbiamo fatto lì - e me ne assumo completamente al responsabilità - perché a me pare che la nostra sconfitta nasce da un grave errore di valutazione dei rapporti di forza che ci ha posto in una condizione in cui una mediazione vera non c’è mai stata. Abbiamo pensato fosse possibile intervenire positivamente dal livello politico, del governo, per ottenere risultati che non eravamo in grado di perseguire nella società. Abbiamo sbagliato. Mi è chiaro che mille altri fattori hanno concorso all’esito ma questo è il punto determinante.
Da questa considerazione ne traggo una prima conclusione politica: la sinistra, prima di porsi il tema del governo del paese deve operare per modificare seriamente i complessivi rapporti di forza, sul piano sociale, culturale, politico, pena il ripercorrere esattamente il disastro appena consumato.
La seconda riguarda i rapporti con il Pd. Ritengo positiva l’iniziativa politica di D’Alema, che contrasta il bipartitismo veltroniano in nome di una visione più articolata del centrosinistra. Questa articolazione non va però confusa con una modifica dei contenuti programmatici del Pd medesimo. La prospettiva di D’Alema è quella di allearsi con una «sinistra di governo», cioè con una sinistra che moderi pesantemente la propria linea politica, mentre all’origine della sconfitta vi è proprio quel neoliberismo temperato, che ha deluso il popolo di sinistra e che D’Alema intende confermare integralmente.
Ma la sconfitta sociale, culturale e politica è nata ben prima della sconfitta elettorale e chiede una partenza su basi nuove. In un contesto dove pare spezzato ogni legame tra difesa degli interessi delle classi subalterne, democrazia e trasformazione sociale, occorre ridefinire non solo la linea politica ma ripensare il concetto stesso di politica, che non può continuare ad essere identificata con la rappresentanza. La crisi della politica rende infatti i percorsi conosciuti inefficaci al fine di ricostruire un’alternativa all’attuale barbarie capitalistica. In questo contesto tre mi paiono le emergenze.
In primo luogo, occorre costruire un’efficace opposizione al governo Berlusconi, sia sul piano delle questioni sociali che democratiche. Si tratta di un lavoro indispensabile, su cui siamo già in ritardo, e che non viene svolto dall’opposizione parlamentare che non fa semplicemente nulla. Tragicamente l’assenza di opposizione su questioni decisive come quella del contratto nazionale di lavoro si accompagna ad un minimalismo della Cgil che ci fa rimpiangere ogni giorno quella di cinque anni fa. La sinistra, a partire da chi ha organizzato la manifestazione del 20 ottobre scorso, non deve dividersi tra costituenti di sinistra e comuniste ma unirsi sul costruire l’opposizione, come dopo Genova, anche per evitare che l’intera dialettica del sistema politico sia giocata tra una destra populista che governa e il centro giustizialista di Di Pietro.
In secondo luogo, la pesantezza della sconfitta ci obbliga a ricostruire sui territori un intervento della sinistra che ne riqualifichi l’utilità sociale a livello di massa. In una società che si sente in pericolo, che guarda al futuro con crescente incertezza, che tende a difendersi attraverso la guerra tra poveri, occorre ricostruire un lavoro capillare di vertenzialità diffusa affiancata alla ricostruzione di legami sociali. Occorre ricostruire le basi materiali della sinistra perché o l’insicurezza sociale trova i percorsi per esprimersi in un conflitto del basso verso l’alto, contro lo sfruttamento e le disuguaglianze, oppure l’ideologia di destra della guerra tra i poveri diventa la forma stessa delle relazioni sociali.
Occorre ricostruire una connessione sentimentale con la nostra gente; recuperare il senso profondo di una politica di sinistra costruendo vertenzialità, mutualismo, legami comunitari democratici e solidali; per questo occorre costruire in tutti i territori case della sinistra che mettano in relazioni tutti coloro che si collocano nella variegata galassia della sinistra, a prescindere che si definiscano comunisti, socialisti, ambientalisti o come gli pare. Se non riparte dal basso la sinistra, dopo essere stata espulsa dal parlamento, lo sarà dalla società. Questo percorso è possibile solo in un quadro di progetto politico generale e nazionale, come dice Tronti, evitando però ogni fuga nell’autonomia del politico che è all’origine della sconfitta e che mi pare venga da Tronti - e da una parte di Rifondazione - riproposta.
E’ un lavoro che richiede una grande autonomia politica, culturale e simbolica dal Pd. E’ infatti evidente che il problema non si risolve nell’incalzare da sinistra il Pd ma nel costruire nella società le ragioni e i percorsi di un’alternativa. A tal fine, a me pare che Rifondazione comunista sia utile sia come soggetto politico organizzato che come progetto politico. Rc è il principale soggetto organizzato della sinistra e prima di tutto deve essere riorganizzato, non terremotato. E’ già stata in grado, negli scorsi anni, di costruire uno spazio politico di autonomia dalla sinistra moderata; questo deve essere ricostruito con tenacia, pena la condanna della sinistra ad essere una corrente esterna del Pd. Per tale motivo considero sbagliata la proposta di una costituente di cui è totalmente indeterminato il grado di autonomia reale dal Pd e che Fava propone esplicitamente come funzionale a ricostruire il centrosinsitra.
In terzo luogo, senza la definizione di un universo simbolico forte, che evidenzi anche a quel livello la propria autonomia strategica, non vi è alcuna possibilità di ricostruire una sinistra anticapitalista. Il nodo del comunismo non può quindi essere derubricato a propensione culturale perché nella concreta realtà italiana è fattore necessario, anche se non sufficiente, nella costituzione dell’autonomia del progetto politico. Visto che la prospettiva della Costituente di sinistra porterebbe inevitabilmente tra sei mesi a discutere delle liste alle europee, riproducendo il percorso fallimentare e politicista della Sinistra arcobaleno, mi pare più utile il percorso sopra descritto, che veda da subito il massimo di unità della sinistra impegnata nella costruzione dell’opposizione alle politiche del governo Berlusconi e nella ricostruzione delle ragioni sociali della sinistra.
Commissione Prc: False le ricostruzioni dei giornali sui congressi regionali
La commissione nazionale per il Congresso, riunita il 23/06/08, presa visione degli articoli pubblicati il 20/06 su “la Repubblica” e “l’Unità”, dichiara:
1) che tali articoli costituiscono una interpretazione non veritiera dei lavori fin qui svolti dalla Commissione stessa, attribuendole decisioni mai prese o dandone un’interpretazione che si presta a una lettura strumentale;
2) in particolare l’affermazione contenuta nell’articolo de “l’Unità”, che avanza la “previsione” secondo la quale questa commissione si apprestava ad annullare 46 voti nel congresso di Arezzo, costituisce un evidente tentativo di condizionare i nostri lavori, prefigurando l’esito di una riunione che si sarebbe tenuta 4 giorni dopo;
3) E’ evidente che l’aver fornito ai giornalisti autori degli articoli citati queste “interpretazioni” costituisce un grave tentativo di ostacolare i lavori di questa Commissione, minandone la credibilità e l’autonomia;
4) Nel respingere queste pressioni improprie, la Commissione ribadisce la sua volontà di discutere e decidere attenendosi scrupolosamente al merito dei problemi, in piena trasparenza e con il necessario sforzo unitario.
Salvatore Alfieri, Claudio Bellotti, Erminia Emprin Gilardini, Jorfida Enzo, Alì Ghaderi, Yassir Gometz, M. Cristina Perugia, Alessandro Giardiello, Angelo Tria


Articoli a cui si fa riferimento:

Articolo Repubblica

Articolo Unità
Sintesi mozione Acerbo - Ferrero