Rifondazione Comunista: Documenti

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IL FEDERALISMO VISTO DA SINISTRA
E’ una discussione e un confronto che ci prende da tempo, che parte dalla critica ai costi della globalizzazione, dall’espropriazione della democrazia e della partecipazione che ha visto la sussunzione verso l’alto della parte più bella delle conquiste partecipative degli anni 70, dalla frantumazione e dispersione delle realtà operaie più importanti, disgregate nelle lande della delocalizzazione.
Siamo nella regione dove con maggior peso si è imposto con il “capitalismo molecolare “  la cultura del capitalismo senza limite controlli, il capitalismo che” ha messo a produzione l’intero territorio “, la punta di diamante della flessibilità produttiva e del lavoro dove maggiori sono stati i prezzi pagati, e altri verranno in termini di distruzione ambientale paesaggistica e antropica.
Dove la “modernità” non ha impedito che a fianco delle “500 multinazionali tascabili “ convivessero settori marginali come il lavoro a domicilio ( per le tomaie dei calzaturieri del Brenta , non telelavoro) e forme di lavoro servile . “   è la "servitù della gleba,  rappresentata   dai terminali ultimi della sub‑fornitura, a cui viene dato in leasing il macchinario, il capannone, la materia prima, e a cui vengono imposti tempi e ritmi di produzione (basta avere studiato un po' l'economia del Nord‑Est dove sono diffuse queste figure di nuovi proletaroidi)” Bonomi.
Ma la crescita entusiasmante del PIL, con dati da primato negli ultimi 15 anni   , le citazioni come modello di crescita da imitare , non sottrae  la realtà produttiva regionale dai morsi della crisi. Anzi in una realtà di piccole e piccolissime realtà produttive la possibilità di crescita competitiva è ancor più complessa e il nordest pagherà un prezzo pesante in termini di occupazione e condizioni di vita. Ci attende un percorso duro e logorante la cui soluzione è già scritta con l’accentuarsi della frammentazione sociale, con l’esclusione dalle tutele dei lavoratori migranti.  L’uscita a destra dalla crisi è del resto simbolicamente rappresentata dalla candidatura della Lega al governo della regione.
La domanda che dobbiamo farci è se sia possibile , nel quadro politico regionale e nazionale , nei rapporti di forza dati, nell’imperante neoliberismo mondiale, non mi sembrano esaltanti le soluzioni “socialiste “ di Obama, una risposta alla crisi, una battaglia per il cambiamento della prospettiva economica che non si limiti al semplice contenimento , alla difesa immediata per l’immediato.
Siamo consapevoli che qualsiasi progetto che voglia rompere l’assedio del pensiero unico sarà comunque di lungo e doloroso percorso ma allo stesso tempo è chiaro che , o all’interno di questa crisi si incominciano a disegnare nuove consapevolezze e nuove pratiche sociali o non sarà possibile frenare  ,  l’uscita a destra.
Si stanno definendo parziali ma importanti iniziative che rompono l’isolamento. e definiscono percorsi di solidarietà e di condivisione, mutualismo, forme di rivendicazione e richieste di tutela che coinvolgono sia i settori direttamente interessati che altre aree della società, tutto questo senza che per il momento sia messa in discussione ne il modello di società ne la struttura economica. Questo è importante ma non ancora sufficiente. Il cambiamento del paradigma economico e quindi la reale fuoriuscita dalla crisi non potrà sicuramente avvenire per una scelta politica generale né per un percorso formale e istituzionale , le modalità di trasformazione o saranno legate a esperienze costruite e vissute nelle realtà locali o non ci saranno. Il nostro compito è di ricostruire ,all’interno delle lotte di difesa, forme di democrazia reale , organizzazione di lavoratori che recuperi identità di classe perché unitaria e solidale, comunità e territorio che si ricompongono per soluzioni condivise. 
Il superamento del modello di società gerarchizzata e autoritaria e la sua sostituzione con una comunità consapevole aperta plurale dove partecipazione e democrazia sono pratiche reali è lo strumento per sconfiggere la prospettiva dell’uscita a destra dalla crisi e per ridisegnare un percorso alternativo.
Questo modello di società si chiama Federalismo .
Non è questa la sede per tentare di ricostruire una storia, un riferimento culturale , alle vicende del federalismo nel nostro paese, il nostro incontro di sabato 16, non ha questa pretesa, ma potrà dare un contributo sul lavoro di quel Silvio Trentin che a cavallo fra Francia e Italia , nella fase dell’antifascimo e della resistenza diede alla battaglia contro il fascismo uno sbocco non solo di difesa della democrazia ma dignità politica e soluzione istituzionale.
E sulla qualità politica di chi allo studio seppe affiancare scelte coerenti di vita vale il breve elenco dei federalisti italiani pubblicato da Wichipedia fra cui spiccano, Carlo Cattaneo, Vincenzo Gioberti, Emile Chanoux, Leone Ginzburg, Bruno Salvatori, Silvio Trentin, Bruno Trentin, …
Che fra questi si distinguano padri della patria, resistenti partigiani massacrati dai fascisti,figure storiche della sinistra non è casuale. Stupisce come negli anni successivi la sinistra abbia rimosso questa parte della sua storia riproponendo sistemi di governo centralisti e autoritari ,  con la proposta di svuotamento delle strutture consiliare e di trasferimento dei poteri reali agli esecutivi fino ad accedere al presidenzialismo come forma di governo sicuramente ademocratica.   
Sulla qualità della proposta federalista, sulla sua attualità politica bastano alcuni elementi del suo patrimonio culturale e politico che vanno ripresi e valorizzati.  
Partiamo dalla questione della democratica e della partecipazione che diventano nell’epoca della mondializzazione elemento fondante di qualsiasi prospettiva di alternativa . 
Il rovesciamento della piramide istituzionale, modalità partecipate di discussione e di decisione , la costruzione del consenso con procedure non emarginanti , la delega revocabile ai rappresentanti- portavoce , la centralità delle strutture territoriali sono elementi centrali di una nuova pratica democratica.  Dal federalismo vengono le indicazioni per ricostruire un nuovo modello di società, per ridare senso alla democrazia , per ricostruire partecipazione , per fare buona politica . “Federalismo è in primo luogo un modello di società e di democrazia partecipata”., il federalismo è una pratica e non una forma giuridica. (Trentin) .Quanto poco la proposta della Lega rientri in questa prospettiva è evidente.
L’altra questione di sostanza su cui si misura la possibilità di alternativa , la prospettiva strategica, della sinistra è la questione del lavoro, come occupazione , salario e qualità della vita  ma anche come modello di società, come strumento di identità , come modalità che determina la stessa struttura del territorio. Chi vive nel Nord-Est sa quale sia il prezzo che le nostre comunità stanno pagando per un modello di economia che ha messo in produzione famiglie, comunità , il territorio tutto.   Ancora oggi il quadro che si prefigura è l’esasperazione del paradigma posfordista con l’ulteriore devastazione del territorio per infrastrutture viabilistiche destinate all’inutilità, ancora oggi per competere  “occorre una rivoluzione logistica che punti all’informatizzazione , all’intermodalità, la costruzione di reti composte da vari operatori,( Rullani)”.
Ancora una volta il federalismo ci propone un modello in cui il lavoro si salda positivamente con il territorio, si modella sui bisogni della società è esso stesso strumento di democrazia e partecipazione. Il nodo teorico e l’esperienza storica dell’autogestione vanno misurati con il fallimento storico del capitalismo e l’esigenza di consolidare e costruire   pratiche di produzione e di consumo , una struttura di  società interna alla società stessa che attui forme di democrazia economica compiute, sperimenti quella che Marx chiamava l’”autogestione dei produttori”.
 
     
Venezia 12 gennaio ’10                                                
Mauro Tosi, Renato Cardazzo
 
Al sig. Assessore all’Ecologia della Provincia di Vicenza dott. Antonio Mondardo
17 dicembre 2009
 
Egr. sig. Assessore
 
premesso:
 
che la società ISGEV s.p.a.. - con sede ad Arzignano in Viale Vicenza - ha fatto pubblicare sul Corriere del Veneto del 16 ottobre 2009 la comunicazione,  prevista per legge,  dell’avvenuto deposito presso la Provincia di Vicenza  ed il Comune di Arzignano della documentazione relativa alla valutazione di impatto ambientale (V.I.A.) e all’autorizzazione integrata ambientale (A.I.A.) di  un progetto per un nuovo impianto fusorio ad induzione - da realizzarsi nel territorio comunale di Arzignano -  destinato alla produzione di casse e pezzi speciali da impiegare nella costruzione di motori elettrici;
 
che tale nuovo impianto fusorio dovrebbe essere realizzato nell’ambito del distretto conciario dell’Ovest Vicentino, cioè all’interno di un’area a cui la Provincia di Vicenza (con il cosiddetto “Progetto Giada”) e la Regione del Veneto (con il Piano Regionale di Tutela e Risanamento dell’Atmosfera) dedicano particolare attenzione, al fine della riduzione di molteplici inquinanti atmosferici ( fra cui l’inquinante primario “polveri”);
 
che tale nuovo impianto  comporterà significative ulteriori emissioni in atmosfera di polveri,   in palese contrasto con le indicazioni – presenti nel Progetto Giada e nel Piano Regionale di Tutela e Risanamento dell’Atmosfera - di ridurre, nel suddetto territorio, tale inquinante; questo -   in base ai dati forniti dall’azienda stessa durante la presentazione del progetto effettuata presso la Villa Brusarosco di Arzignano nella serata del 05/11/2009 - per un  quantitativo annuo di circa 1,5 tonnellate di polveri emesse in atmosfera da camino (si tratta, infatti, di un impianto che funzionerà circa 10 ore/die per 220 giorni lavorativi annui, comportante circa 140.000 mc/h di emissioni convogliate a camino, aventi una concentrazione di 5 mg/mc di polveri);
 
che alle suddette emissioni di polveri convogliate in atmosfera tramite camino, si aggiungeranno sicuramente ulteriori quantità di polveri emesse in atmosfera in modo diffuso;
 
che la stessa ditta indica, nella documentazione presentata, che l’impianto, per quanto riguarda le polveri, produrrà  “quantità significative”  di PM10 (polveri di cui è certa la cancerogenicità);
 
che, a poche centinaia di metri dall’ubicazione della prevista nuova fonderia, si trovano strutture meritevoli di particolari tutele ambientali e/o sanitarie, quali i plessi scolastici di Viale Vicenza (frequentati da centinaia di studenti medi) e le scuole materne ed elementari della frazione Costo;
 
che tale nuova fonderia, in aggiunta al nuovo carico inquinante in atmosfera dovuto all’attività produttiva vera e propria, comporterà anche un ulteriore inquinamento dovuto all’incremento del traffico veicolare in entrata ed in uscita dal nuovo stabilimento (e ciò anche in considerazione del fatto che si tratta di una fonderia che produrrà manufatti destinati anche a terzi);
 
lo scrivente chiede:
 
se la S.V. non ritenga necessaria una stringente verifica della compatibilità di  tale nuovo insediamento, e delle relative emissioni in atmosfera, con gli obiettivi di riduzione degli inquinanti nel comprensorio dei Comuni della concia dell’Ovest Vicentino;
 
se Le risulti che  l’impianto- pur non essendo ancora stata espletata la preventiva procedura di valutazione di impatto ambientale (V.I.A.) - è già stato realizzato (cosa, questa, emersa durante la presentazione pubblica di Villa Brusarosco del 05/11/2009);
 
se -    qualora l’impianto sia effettivamente già stato costruito (o sia comunque in avanzata fase di realizzazione)  -   Le risulti che possa essere già stata data garanzia all’azienda del futuro ottenimento del nulla osta alla realizzazione ed attivazione dell’impianto. Tenendo conto degli elevatissimi investimenti necessari per la costruzione di una tale tipologia di impianto,   risulta infatti difficile credere che – in un’area soggetta a particolare tutela ambientale come il territorio arzignanese (ove - proprio per le indicazioni del Progetto Giada e del Piano Regionale di Tutela e Risanamento dell’Atmosfera - non dovrebbe essere così scontato che la procedura di V.I.A. si concluda con un nulla osta favorevole alla realizzazione dell’impianto) - un’azienda possa avere già speso milioni di euro per realizzare un impianto di cui non abbia la certezza di ottenere le relative autorizzazioni ambientali.
 
In attesa di cortese riscontro, si porgono distinti saluti.
 
Il Consigliere Regionale del P.R.C.
Pietrangelo Pettenò
 
 
SIAMO PARTITI CON IL PIEDE GIUSTO!
La due giorni “Prima il lavoro”, campagna unitaria fortemente voluta e organizzata puntigliosamente dal Dipartimento Nord e dalla segreteria regionale del PRC del Veneto, ci ha visti presenti in moltissime piazze, davanti ai luoghi di lavoro e di studio.
Uno sforzo unitario, promosso assieme al PDCI Veneto, che ha dato ottimi risultati, in termini di visibilità, di presentazione e diffusione delle nostre proposte, di raccolta di migliaia firme e di fondi per la “cassa di resistenza contro la crisi”, nonché di  adesioni popolari al progetto della Federazione della Sinistra del Veneto.
Merito delle compagne e compagni che con la solita generosità e slancio, hanno reso possibile l’organizzazione il 30 e 31 ottobre scorsi, di centinaia di gazebo, presidi, banchetti.
Per noi di Rifondazione Comunista, la conferma che un nuovo insediamento politico passa, inevitabilmente, per il radicamento sociale, attraverso il ritorno sul territorio per la possibile riconquista di utilità sociale e credibilità.
“Prima il lavoro” è una campagna che non si deve considerare conclusa, anzi, è appena partita e deve diventare il baricentro del nostro agire, proseguendo e intensificando la raccolta firme, entrando in relazione diretta con i conflitti nelle diverse realtà territoriali e articolando iniziative adeguate. Nell’ambito di questa campagna abbiamo presentato alcune proposte di legge anticrisi in Consiglio Regionale e abbiamo predisposto una bozza di deliberazione da presentare in tutti i comuni affinché questi intervengano sulle principali questioni sociali aggravate dalla crisi in corso: dal costo dei servizi fondamentali a strumenti di sostegno per cassaintegrati e licenziati. Si tratta di strumenti utili e concreti per dimostrare esistono delle alternative praticabili per uscire dalla crisi difendendo i lavoratori ed i ceti popolari, anziché facendo pagare loro le devastanti conseguenze sociali della crisi.
Ed è forti di questo progetto che abbiamo proposto la Federazione della Sinistra del Veneto, partendo dal basso, raccogliendo adesioni e disponibilità. Perché l’unità della sinistra è un bene prezioso, ma non può essere solo una dichiarazione di intenti. Non ci sarà nessuna sinistra forte, autorevole, rappresentativa, se prima non sapremo agire per ricomporre l’unità dei soggetti sociali sulle questioni concrete.
La dove il capitale globalizzato divide, spezza, isola, prova persino ad alimentare l’odio razzista per scatenare la guerra tra i poveri, noi dobbiamo agire per riunificare il mondo del lavoro, per sostenere le lotte per il diritto allo studio e i servizi sociali e sanitari, partecipare ai conflitti ambientali contro un modello di sviluppo che divora e avvelena paesaggio, risorse, salute.
La Federazione della Sinistra di alternativa vogliamo vederla nascere dai territori sul lavoro concreto, in stretta relazione con le comunità, capace di dare risposte non retoriche alla domanda di autogoverno, di autodeterminazione, di partecipazione. Una sinistra che sappia distinguere le giuste battaglie di classe e la necessaria solidarietà dalle inutili vulgate di uno Stato centralistica e burocratico; che sappia combattere il populismo della Lega Nord e le politiche neo naziste, xenofobe, differenzialiste, senza regalare a nessuno parte importante della nostra storia e della nostra cultura che molto va riscoprendo nelle radici federaliste di Silvio Trentin, di Emilio Lussu, degli austromarxisti e, diciamo una eresia, persino di parte importante dell’esperienza autogestionaria jugoslava.
L’iniziativa continua, nella consapevolezza che siamo determinati e capaci di difendere la nostra autonomia politica, ma ben attenti a non farci marginalizzare, a non trasformarci in un gruppetto settario e autoreferenziale.
Siamo partiti bene, abbiamo confermato che i comunisti, la sinistra di alternativa, è in campo anche nel Veneto.
 
Renato Cardazzo – segretario regionale PRC Veneto
Matteo Gaddi – Dipartimento Nord PRC
 
CAMPAGNA REGIONALE: PRIMA IL LAVORO
Il 30 e il 31 ottobre Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani hanno lanciato, attraverso 200 gazebi in tutto il territorio del Veneto (piazze principali e luoghi di lavoro), la Campagna “Prima il Lavoro”. Nei gazebo sarà possibile aderire alla Federazione della Sinistra in Veneto.

La campagna "Prima il lavoro" prevede la presentazione di:
  
PROPOSTE DI LEGGE REGIONALI
continuità produttiva per le piccole e medie imprese e per la riqualificazione tecnologica ed ecologica, contrasto alla delocalizzazione, reddito sociale.
 
PROPOSTE ALLA REGIONE PER IL PARLAMENTO ED IL GOVERNO
blocco dei licenziamenti, ammortizzatori sociali per tutti e per tutte, abolizione della precarietà.

PETIZIONE POPOLARE
raccolta di firme contro la crisi per il sostegno ai lavoratori ed ai precari   
 
  1. BLOCCO DEI LICENZIAMENTI.
Per la durata di 36 mesi le imprese non possono effettuare licenziamenti come conseguenza della sospensione degli articoli 4, 5 e 24 della legge n.23, luglio 1991. Pertanto, potranno essere utilizzati esclusivamente i Contratti di solidarietà e la Cassa integrazione straordinaria.
 
  1. ESTENSIONE E RAFFORZAMENTO DEGLI AMMORTIZZATORI SOCIALI.
Per arginare la dilagante insicurezza sociale si propone un intervento di estensione e rafforzamento del sistema di ammortizzatori sociali.
In caso di sospensione dell’attività lavorative, si applica a tutti i lavoratori, eliminando la durata dell’applicazione degli strumenti di ammortizzazione sociale, considerandoli terminati solo al momento dell’ottenimento di un nuovo contratto di lavoro. Al tempo stesso va adeguata l’erogazione monetaria di tali ammortizzatori. Tale misura va estesa a tutte le aziende anche con meno di 15 dipendenti e a tutti i licenziamenti derivati da contratti precari.
 
  1. LEGGE REGIONALE CONTRO LE DELOCALIZZAZIONI.
L’approvazione di una Legge Regionale è necessaria per ostacolare le delocalizzazioni. I contratti tra regione ed imprese, proposti nel pdl regionale, consistono nella definizione di accordi “pubblico/privato”, finalizzati al riconoscere incentivi economici a quelle realtà che, fermo restando il mantenimento dei livelli occupazionali, si impegnino a stabilizzare i rapporti di lavoro ed a non delocalizzare per almeno 25 anni, dal momento dell’erogazione dei contributi, l’azienda stessa, sanzionando la violazione del patto con la restituzione dei finanziamenti ricevuti. Molti sono i casi d’imprese che cessano l’attività produttiva nonostante siano in attivo e nelle condizioni di proseguire senza alcuna difficoltà la produzione. In questi casi, a tutela dell’occupazione, può rappresentare un salvataggio dei redditi lavorativi la possibilità di agevolare, sostenere e attivare forme di autoimprenditorialità collettiva, percorsi atti alla tutela degli insediamenti produttivi tramite la creazione di forme societarie a partecipazione pubblica e con il diretto coinvolgimento e partecipazione dei lavoratori interessati.
 
  1. SUPERAMENTO L. 30 E PRECARIETÀ.
L’obiettivo è quello di superare la precarizzazione dei rapporti di lavoro connessa con il forte degrado delle tutele del lavoro che si è verificata negli ultimi 15/20 anni. Si tratta di riunificare il mondo del lavoro superando la fittizia distinzione tra lavoro subordinato e parasubordinato, semplificando e unificando le tipologie contrattuali, stabilendo che la forma tipica del contratto di lavoro è quello a tempo indeterminato e, quindi, introducendo severi limiti all’utilizzo di contratti a tempo determinato, al sistema degli appalti, della cessione del ramo di impresa e della fittizia separazione tra imprese dello stesso gruppo.
 
  1. REDDITO SOCIALE.
La Regione Veneto riconosce il reddito sociale a disoccupati, inoccupati, precari quale misura di contrasto alla disuguaglianza sociale. Eroga un contributo monetario mensile che consenta condizioni di vita libera e dignitosa (chiedendo che la legislazione nazionale elimini il tetto sulla Cassa integrazione e lo riporti all’80% del salario).
Esenta totalmente i beneficiari dal pagamento del ticket sanitario, promuove convenzioni con i Comuni per garantire la riduzione del 50% dei servizi di trasporto e quelli sociali, educativi e formativi, la riduzione del 30% per fruire di attività culturali e la gratuità dei libri di testo scolastici.
Garantisce fideiussioni per mutui sulla prima casa e prestiti sull’onore, stipulando convenzioni con le Fondazioni bancarie e forme di sostegno al pagamento dell’affitto di casa.
Si ha decadenza dalle prestazioni per assunzione a tempo indeterminato, attività lavorativa di natura autonoma e rifiuto di una proposta di lavoro del Centro per l’impiego.
 
  1. POLITICHE INDUSTRIALI - DIFESA DELL’OCCUPAZIONE NELLE PICCOLE E MEDIE IMPRESE.
La Regionalizzazione del decreto legislativo n. 270/99 è essenziale per impegnare il Governo Regionale, con la nomina dei commissari, in una politica di intervento verso le aziende in crisi, lasciando a livello centrale solo i grandi gruppi, con più sedi e più di 2.000 dipendenti.
La Regionalizzazione deve accompagnarsi con:
1.             L’eliminazione dei limiti dimensionali per permettere l’intervento pubblico su tutte le aziende in crisi.
2.             Una più esplicita possibilità giuridica del sindacato di chiedere l’intervento straordinario, finalizzato alla tutela dell’occupazione.
3.            La costituzione di un fondo pubblico di garanzia che sostenga i commissari nella loro opera di ricostruzione aziendale, con finanza e servizi.
4.             La costituzione di un albo pubblico dei commissari nel quale la graduatoria derivi dai risultati ottenuti nell’opera di risanamento più che in quella di liquidazione.
5.             La costituzione di una società pubblica regionale incaricata di realizzare interventi attivi di reindustrializzazione, riqualificazione e riconversione industriale con la finalità di realizzare politiche industriali finalizzate all’occupazione e alla qualificazione del tessuto produttivo.
 
Relazione “aperta” del Segretario Regionale Prc Renato Cardazzo al Comitato Regionale di giovedì 16 Luglio.
 

Il dato delle elezioni europee e amministrative nel Veneto è l’indice avanzato dell’affermazione e del consenso di massa verso una soluzione da destra alla crisi. 
Le accentuazioni xenofobe solo in parte rappresentano il nodo centrale.

 

 E’ormai matura  la ricomposizione di una classe dirigente nelle istituzioni e nella società, fondata su un mix populista e popolano, capace da un lato di entrare in sintonia con i blocchi di potere economico e finanziario influente nel nord est e nel Veneto, dall’altro di ricostruire una “narrazione condivisa” per le comunità,  costruita non nei salotti, ma attraverso il presidio costante del territorio.
La dove il modello produttivo molecolare del capitalismo ha stravolto, diviso, lacerato, rendendo difficile riannodare i fili persino di una lettura non dogmatica e caricaturale della composizione di classe, la lega ha saputo ricomporre, ristrutturare, ridefinire l’ambito e le modalità persino delle vertenze e dei conflitti, costruendo così la propria capacità di governo.
Una capacità di governo che è anche competizione aperta per l’egemonia nel blocco dominante di destra, giocata sul terreno dell’occupazione degli ambiti di potere, ma anche di capacità di conflitto, di relazione con le spinte popolari, di trovare risposte – spesso odiose – per i bisogni diffusi.
E’ l’affermarsi di un modello di “lotta e di governo” della Lega, che rischia di durare a lungo.
Un modello che “non fa male” solo a noi di Rifondazione, ma che riesce a dare una sonora lezione a tutto l'asse che negli anni scorsi aveva costruito il centrosinistra. C'era chi pensava di potersi rafforzare attraverso una scientifica marginalizzazione di Rc dalla scena politica. Il Pd e la strumentale Sinistra e Libertà pensavano di lanciare una rete per pescare dal nostro elettorato. Non si sono resi conto che invece lo hanno servito su un piatto d'argento ad altre forze territorialmente radicate e conflittuali, come ad esempio la lega nord.
A questi soggetti noi dobbiamo ricordare quotidianamente che senza Rc non faranno molta strada, che Rc è un partito che a partire dal suo ri-radicamento può fare la differenza nella relazione con alcune compagini sociali.
Soprattutto e a partire dal tema del lavoro subordinato e parasubordinato.
Nel 2009 in Veneto un dipendente su sette potrebbe avere problemi legati all'occupazione a causa della crisi economica. Questo secondo i calcoli della Cgil regionale, che ricorda come nel corso dell'anno i lavoratori interessati da cassa integrazione, sospensioni, mobilità, conclusioni di rapporti a termine possano arrivare a quota 220.000, praticamente raddoppiando il dato già preoccupante del 2008. Ad essere particolarmente colpiti, dice la Cgil, “saranno quelli occupati nelle piccole imprese o con rapporti di lavoro temporanei che non usufruiscono dei normali ammortizzatori sociali, e che saranno costretti a vivere con redditi decurtati anche in modo assai significativo”.
Nel profondo nord est, in territori dove la presenza del sindacato e’ stata desertificata, assisteremo ad una ristrutturazione selvaggia, delocalizzazioni e livellamento verso il basso delle forme contrattuali, in un intreccio malavitoso di relazioni tra piccole realtà produttive e centrali finanziarie.
Non credo sia da assumere un atteggiamento catastrofista, ma anche prendendo i dati meno preoccupanti forniti da diversa fonte di analisi e indagine, si profila una mattanza di piccole e medio piccole imprese, destinate semplicemente a chiudere.
Già dai primi mesi d’autunno nelle grandi e medie realtà produttive decine di migliaia di lavoratrici e lavoratori rischiano di veder venir meno gli ammortizzatori sociali  piombando nella disperazione più nera.
E’ evidente che non esiste un Piano per le grandi industrie ed è altrettanto evidente l’inconsistenza di protocolli d’intesa e accordi programmatici rimasti sulla carta  (pensiamo a quelli sulla chimica, sulle bonifiche a Porto Marghera), la sfiducia sarà altissima
Non serve grande fantasia ad esempio per comprendere che dietro il progressivo abbandono di P.Marghera si profila, attraverso lo slogan del riassetto logistico portuale, uno spezzatino speculativo delle aree, con l’abbandono definitivo di ogni vocazione industriale
In questo contesto la questione delle gabbie salariali,  il controllo privato e clientelare della formazione e dell’avviamento al lavoro, l’attribuzione  di diritti differenziati su base etnica, potrebbero diventare ben presto cavalli di battaglia della Lega capaci di largo consenso operaio.
Non confondiamo il nostro disprezzo per personaggi come Brunetta. Grazie alla propaganda e alle misure fasciste nel pubblico impiego si è ricavato un consenso personale straordinario. La stessa cosa potrebbe avvenire se l’attacco frontale della Lega nei luoghi di lavoro, a fianco della proposta differenzialista e razzista, si articolasse con una offensiva contro il sindacato simbolo di burocrazia e privilegi parassitari, che impedisce agli operai del nord di portarsi subito in busta paga 70/80 euro di aumento, oppure di lavorare 12/14 ore giornaliere per remunerazioni extra busta paga
Noi sappiamo che questo modello di riorganizzazione reazionaria della società veneta non e’ una vera risposta  alla crisi ed ai processi di globalizzazione che hanno saccheggiato il nostro territorio.
Sappiamo che il salario differenziato, così come i diritti diseguali, sancirebbero definitivamente il processo di secessione materiale del nord est dal resto del Paese, consegnando i lavoratori mani e piedi legate al dominio dell’impresa divenuta pensiero unico.
Sappiamo che bassi salari, mani libere sull’organizzazione del lavoro, misure protezionistiche, saranno solo parziali tasselli di un sistema che si prepara alle grandi trasformazioni del dopo crisi..
Il capitale sta continuando a lavorare per noi (come dice Marx) continuando a rigenerare nel suo seno elementi di contraddizione oggettiva che lo porteranno prima o poi a fare i conti con la propria insostenibilità globale e con il maturare di  fenomeni di conflittualità che saranno portatori di opzioni strategiche antagonistiche alla sua perpetrazione come dominatore assoluto dei destini umani.
Anche se oggi, occorre dirlo senza infingimenti e retorica, la soggettivita' antagonistica dentro i rapporti di produzione nella contraddizione capitale-lavoro, e' ancora sommersa dai detriti dell'enorme disfatta della stagione della ristrutturazione degli anni 80.
Ma abbiamo imparato dalla storia che crisi economica del capitalismo,  non significa automaticamente crisi politica del blocco dominante. Così come sappiamo che una lettura deterministica sulla crisi del capitalismo, che ne preannunci una rapida ed inarrestabile implosione, risulti spesso una lettura apocalittica ma miope.
La crisi dello stato sociale, la polverizzazione del tessuto e delle forme solidali e collettive di protagonismo, le politiche colonialiste sul territorio, la natura transnazionale  dei processi decisionali, politici, economici, finanziari sugli insediamento produttivi, potrebbero agire nella crisi come potenti acceleratori di una società  autoritaria a-democratica.
Abbiamo più volte detto che, soprattutto nei nostri territori, i valori rappresentati storicamente dalla sinistra (uguaglianza, collettivismo, giustizia sociale, solidarietà…) sono stati sradicati, evaporati, persino trasformati in disvalori.
A questa debolezza si somma una proposta politica e programmatica  del tutto inadeguata, fragile, marginale; che spesso si limita a semplificazioni che risultano controproducenti, a slogan che non riescono più a farsi ascoltare.
Questo aspetto merita di essere spiegato con un esempio.
Nel Veneto si realizzano e progettano: la nuova autostrada Mestre/Civitavecchia, quella Ravenna/Val d’Astico/Trento, il prolungamento verso l’Austria della Venezia/Belluno, la terza corsia Venezia/Trieste, la autostrada Pedemontana Treviso nord/alto vicentino, la sublagunare a Venezia (dopo il Mose),  il Passante autostradale di Mestre, la  realizzazione della nuova base usa al Dal Molin a Vicenza ed, infine, la TAV Venezia/Trieste
Gran parte di questa scelte sono frutto di quella legge infame che espropria le amministrazioni di ogni decisione sui propri territori.
Ovviamente noi siamo schierati, la dove esistono e dove esistiamo, con le realtà popolari che si oppongono a questa devastazione.
Abbiamo sempre sostenuto il diritto delle popolazioni all’autogoverno, all’autodeterminazione, abbiamo detto che il territorio è un bene comune da preservare, da valorizzare; una ricchezza che non può essere espropriata alle popolazioni che in quei luoghi vivono e lavorano.
Abbiamo sempre sostenuto la necessità di una alternativa al modello di sviluppo capitalistico che riconsegni la possibilità di discutere sul “cosa, come e per chi produrre”, pensando ad uno sviluppo autocentrato che trasformi le particolarità in ricchezza.
Nel Bellunese, la grande risorsa di cui dispone quel territorio, l’acqua,  riempie gli invasi dell’Enel per produrre energia che verrà venduta nel nostro e negli altri paesi europei. Pretendere che quella risorsa produca beneficio anche in quei territori, dove ci sono comuni che non hanno nemmeno i soldi per cambiare le lampadine nelle scuole pubbliche, è sintomo di egoismo etnico?
Come si pensa di poter governare tali proposte, se non ripensando a strumenti di autogoverno, di controllo sulla ridistribuzione della ricchezza esercitato direttamente da chi la produce, la dove si produce?
Nel nord del paese, a nord est, nel Veneto serve una politica nazionale attenta, capace di ascoltare il territorio ed elaborare sul nodo delle ricchezza, dell’uso solidale delle risorse, dell’autogoverno,  dei diritti ed in particolare del lavoro, una proposta del partito convincente.
Serve un investimento politico serio
Anche una prima lettura del dato elettorale non può che farci riflette
Il dato riscontrato sulle cinque province del Veneto (su sette)  che andavano al voto amministrativo, ci dice che la presenza, il lavoro avviato di reinsediamento del partito, la forte spinta alla costruzione del partito sociale, la costruzione di nuovi circoli su alcuni importanti luoghi del lavoro, di alcune proposte nei territori, hanno permesso di fatto una tenuta (e persino alcuni risultati significativi), con un  incremento in  termini di voti rispetto al dato europeo.
Senza nessuna enfasi va quindi pensato che il messaggio nazionale ha avuto una minore capacità di conquistare consenso in rapporto alle dinamiche locali, quelle dove regge o non regge l’insediamento reale del PRC, il lavoro svolto, il prestigio delle  compagne e dei compagni candidati.
Non mi soffermo sul dato europeo, record negativo nella storia del PRC Veneto.
Ho in parte accennato all’inconsistenza della proposta politica nazionale.
A questa si aggiunga una proposta di lista assai debole; una struttura organizzata del partito assai fragile e del tutto assente in moltissimi comuni della Regione;  una insormontabile inadeguatezza delle risorse materiali a disposizione.
E’ evidente pure che la lista dei comunisti, il suo simbolo, l’enfasi unitaria  non hanno prodotto grandi consensi, dimostrando, se qualcuno ne aveva ancora bisogno, che il mitico “zoccolo duro” è una favola per creduloni.
Anche in questo caso la dove il lavoro generoso e unitario delle compagne e dei compagni del PRC e del Pdci, si è potuto articolare positivamente qualche risultato si è visto.
Sul voto alle provinciali invece, dove spinta e immagine unitaria, hanno saputo in taluni casi saldarsi con qualche proposta concreta, con qualche candidato capace di un legame sociale  con ikl proprio territorio, alcuni risultati sono stati significativi.
Nelle diverse federazioni si sarà già avviata una lettura minuziosa dei dati, mi limito quindi a qualche esempio.
Nella Provincia di Belluno passiamo dal voto alle europee del 2.3 a quello provinciale del 3,7. E’ il caso dove si legge meglio il rapporto tra presenza del partito e consenso. A Belluno città cresciamo rispetto alle europee di 1 punto percentuale e arriviamo al 3,4; S., siamo attorno al 5% a Lamon,  Santa Giustina, Seren del Grappa, Longarone, Trichiana superiamo il 5%, nel Comelico Stefano di Cadore 7.7%, S.Nicolòo al 7,5%, S.Pietro sfiora il 6%, A Feltre si passa dal 2,6 delle europee, all’8,3 delle provinciali e sempre nel Feltrino ad Arsiè raggiungiamo il 7,2. A Tambre nell’Alpago raggiungiamo il 15,8. Per le Comunali unico centro significativo del bellunese dove eravamo presenti era Santa Giustina, dove nella lista civica di sinistra la nostra compagna Moira raggiunge il 10% dei voti ed entra in consiglio comunale.
Purtroppo nonostante un risultato dignitoso non riusciamo ad eleggere nessun consigliere provinciale. Diversa la sorte dove il voto alla lista si è affidato esclusivamente al consenso di opinione: sui 24 collegi provinciali 6 rimangono sotto il 2 % , mentre 6 vanno oltre il 5%, con il collegio più alto nel Feltrino all’8,5%
Nella provincia di Padova le cose vanno meno bene anche se il voto cresce dalle europee 1.6, raggiungendo il 2,1 alle provinciali. A Padova città il dato provinciale raggiunge il 2,7. Dato certamente più alto di tutta la provincia Anguillara dove alle provinciali raggiungiamo il 6,3%. Sul 5 % Stanghella e Solvesino, Attorno al 3% Este. Per le Comunali il dato di Padova si ferma al 2,2%, grazie alla vittoria di Zanonato riusciamo a conquistare un consigliere comunale. Nei 36 collegi provinciali su  15 non superiamo il 2%.. Il collegio dove raggiungiamo il maggior risultato è Solesino con il 3,8
Dopo il ballottaggio al Comune di Padova conquistiamo un consigliere comunale.
Nessun consigliere provinciale
Molto meglio in provincia di Rovigo, dove il dato del 3,4 alle europee diventa il 4,9 alle provinciali: su 24 collegi nessun collegio è sotto il 2%, mentre ben 8 superano il 5%. Miglior risultato a Rovigo II° dove raggiungiamo l’11,5%, bene  a Trecenta con il 9% e Ariano Polesine dove prendiamo il 7,9%.
Avendo fatto l’apparentamento vincente con il PD al secondo turno, conquistiamo 2 consiglieri provinciali e si sta lavorando attorno all’ipotesi di una nostra partecipazione alla giunta.
Nella provincia di Verona,  l’aggregazione di sinistra a cui abbiamo partecipato con la nostra lista, raggiunge il 3,2% ed elegge un rappresentante in Provincia, anche se il dato di lista non supera l’1.6. In città raggiungiamo il 2%, in periferia va molto peggio.
Nei 36 collegi su 8 superiamo il 2% e il risultato migliore è quello del collegio Verona Borgo Roma, con il 2,5%. Occorre dire  che a Verona pesava il dato elettorale dell’anno precedente che aveva visto rifondazione alle Comunali del 2007 non raggiungere nemmeno l’1%.
Nella Provincia di Venezia dalle europee con il 2.8% si passa al 3.5%. Il Comune veneziano raggiunge il 4,78%.
Nei 36 collegi su 3 rimaniamo sotto il 2%, su  11 collegi ci attestiamo sul 5 % . Miglior risultato nel collegio Venezia Giudecca Dorsoduro, con il 7.8% e Castello con il 7,5%.  Eleggiamo, pur perdendo al ballottaggio, una consigliera provinciale.
In provincia di Vicenza non abbiamo dati amministrativi quindi evidentemente, se il ragionamento generale tiene, qui non abbiamo nessun beneficio dal lavoro locale se non marginalmente. Poche le realtà sopra il 2 %  tra queste Schio, Torrebelvicino, Altavilla, Arsiero, Chiappano, Calvene, Vicenza città con il 2%, , bene anche la zona a nord di Bassano con Solagna al 2.3, Valstagna al 3.2 e Cismon del Grappa al 3.4. Risultato migliore a Recoaro con il 4.3
Eravamo in gara anche per le Comunali di Schio, dove abbiamo raggiunto 2%, mentre con liste civiche di sinistra eravamo in corsa a Recoaro, dove con il candidato sindaco di rifondazione raggiungiamo il 13% ed eleggiamo un consigliere e Bassano dove in coalizione superiamo l’8%, con la nostra lista di sinistra oltre al 5% e gli alleati dell’IDV al 2 e mezzo, anche qui eleggiamo due consiglieri di area rifondazione.
In Provincia di Treviso paghiamo la difficoltà  di una rete organizzata che solo    in questi ultimi mesi stiamo ricostruendo. Il voto alle europee non va oltre l’1.3%, con il dato di Treviso città all’1.6%. Sopra il 2% si piazzano solo qualche comune del basso trevigiano (Casale 2%, Mogliano 2.4%, Preganziol 2.5%) e i Comuni della cintura di Vittorio Veneto (Fregona 3%, Cappella 2.2% Vittorio V. 2.1%, Cison 3.0%) Il dato più alto è quello di Nervesa della Battaglia dove otteniamo il 3.2%.. Moltissimi i comuni dove rimaniamo al di sotto  dell’1%..
Partecipiamo in condizioni difficilissime alle Comunali di Mogliano, dove tutto il Circolo era passato a Sin. Libertà, questo pur con risultato di puro orgoglio, e con il risultato positivo che si sta già procedendo alla ricostruzione di una nostra presenza organizzata. Mentre a Vittorio Veneto  con il PDCI dentro sinistra e libertà, difendiamo l’autonomia e l’indipendenza del partito, in un processo apertamente teso alla nostra cancellazione.
Questo il quadro sintetico ma eloquente.
Occorre quindi un ripartire dal basso che però sia consapevole dell’intreccio indissolubile tra Locale e Globale, che parta dalle contraddizioni complesse dei territori, intrecci relazioni con pezzi di società, provi a reinsediare autonome strutture nei luoghi di lavoro, e nello stesso tempo dia dimensione adeguate al progetto politico, alle campagne  e alle vertenze sociali.
Questa era la giusta intuizione all’origine del  progetto del  Forum della Sinistra Europea Alpe Adria
Una esperienza che  intendiamo aprire e rilanciare, intrecciando forte autonomia politica  e massimo impegno di coordinamento con le altre realtà del nord. Lavoreremo assieme al dipartimento del nord del PRC per provare a costruire una maggior capacità di  influenza sulla costruzione della direzione politica nazionale.
Il primo passo è positivo ed in alcune realtà, penso a P.Marghera ha già prodotto alcuni passi avanti positivi.
Nei giorni scorsi convocati dal Partito nazionale, ci siamo trovati a Milano per costituire il coordinamento del nord, presenti tutte le regioni dalla Liguria al Friuli, dal Trentino al Veneto, dal Piemonte alla Lombardia e all’Emilia. Una struttura di direzione politica generale  ma anche luogo di indirizzo e di proposta di iniziative.
In conclusione
Siamo di fronte alla necessità di pensare ad un nuovo insediamento del partito, di elaborare un progetto adeguato per il nostro territorio e per la crisi che lo sta investendo.
Lo dobbiamo fare in una situazione difficile, con le risorse finanziarie in dissolvimento, confidando sull’autofinanziamento, provando a mantenere almeno le strutture fisiche, intese come sedi, in ogni provincia
Tutti sappiamo che sul piano nazionale il partito sta procedendo ad un doloroso taglio: riducendo da 120 a 50 i funzionari nazionali e dipendenti tecnici, stesso taglio drastico alle spese della direzione, riduzione a 10 dipartimenti nazionali a fronte della 60 oggi esistenti, un piano che valuta persino la messa in vendita della sede nazionale, via del Policlinico optando per una sede nazionale meno faraonica.
Taglio drastico a Liberazione (dove non è possibile la chiusura perché comporterebbe l’immediata restituzione di circa 5 milioni di euro di contributo statale che abbiamo già speso).
In Direzione nazionale è stato deciso un riassetto del partito in funzione territoriale e in qualche modo c’è da aspettarsi anche un investimento a rendere concreta tale scelta.
E’ evidente però che  dal nazionale non potremo aspettarci nessun contributo per l’esistenza organizzata nel Veneto.
Su questo piano potrà diventare decisiva la capacità di dare gambe a una intuizione che da alcuni mesi si fa strada nel partito. Quella del Partito sociale. Il partito sociale non è una opzione, è una necessità, è il reinsediamento del partito nei territori, nella società, nelle comunità. È una forma di reinsediamento capace di dare risposte immediate e concrete ai bisogni delle persone. Il partito sociale non è la distribuzione del pane “ai poveri”. È la creazione di reti di mutualità per soddisfare bisogni comuni e collettivi, dai consumi ai servizi, dalle vacanze all'autoimprenditoria.
In questa situazione così difficile non possiamo non provare a ripartire da subito, non voglio far finta di non ricordare che nella prossima primavera ci saranno elezioni regionali e in molti comuni importanti, tra questi ricordo Venezia.
In questo quadro, come emerso a larghe linee anche in segreteria regionale, riteniamo importante muoverci per predisporre alcune ipotesi di lavoro da fra partire subito a settembre, naturalmente vagliano la disponibilità delle federazione e predisponendo il tutto assieme.
1)La prima proposta di iniziativa è una campagna organizzata su scala regionale su “occupazione e sostegno al reddito”, sulla quale predisporre un manifesto, un volantone e un volantino brevimano, con la proposta di organizzare gazebo davanti ai luoghi principali di lavoro e una offensiva nei confronti della regione Veneto dove strappare un contributo straordinario. In sintonia con il Dipartimento del nord avviare una inchiesta che serva non solo a conoscere ma a stabilire nuove relazioni con i lavoratori, puntando alla costruzione di gruppi di comunisti nei luoghi di lavoro non necessariamente identificati con la presenza sindacale.
2)Tra ottobre e novembre proponiamo di individuare una due giorni di iniziativa che potremmo definire: 100 banchetti nel Veneto per l’adesione popolare al PRC”. Per costruire una rete di relazione e consenso a metà tra il tesseramento ufficiale e gli elettori e provare a ripresentarci pubblicamente in modo energico e positivo.
3)Sempre ad ottobre la “rete veneta dei Comitati territoriali”, quell’insieme di comitati che si sono organizzati attorno alle controproposte da fare rispetto al PTRC e al saccheggio ulteriore del territorio che questa misura regionale prepara, ha proposto di costruire assieme una due giorni di confronto a Venezia sulle politiche territoriali nel Veneto
4)Prima delle feste di natale invece vorremmo provare a costruire, assieme ai compagni del Trentino, del Friuli e delle regioni europee confinanti, una occasione di confronto sulle politiche di governo, le forme di partecipazione, le forme dei conflitti in quest’area Europea
5)Sempre assieme a questi compagni, sempre con una ottica Europea, riteniamo matura la necessità di riconoscere la particolarità dell’area dolomitica e di alta montagna, provando ad elaborare una risposta concreta alla domanda di protagonismo che dai territori montani si è fatta sempre più drammatica
6)Rilanciare l'immagine del partito, anche attraverso strumenti di comunicazione innovativi e aperti. Laddove ci stanno marginalizzando nei media nazionali, dobbiamo ricostruire una rete capillare di controinformazione, dobbiamo ricostruire una centralità nella nostra capacità di raccontare i territori e i nostri temi, imparando anche noi ad utilizzare in modo creativo  le tecnologie che il web ci mette a disposizione
Chiudo davvero
Sul piano nazionale ci stiamo avviando verso la costruzione di un coordinamento stabile tra i protagonisti della lista anticapitalista e comunista e alcune significative realtà politico sociali.
L’idea che sta sempre più maturando è la definizione di un patto federativo che permetta la valorizzazione delle diverse storie, l’autonomia organizzata, ma provi a costruire un luogo comune di iniziativa politica.
Vedremo come andrà maturando il percorso e vi parteciperemo in modo attivo.
Per quanto riguarda il Veneto ovviamente la proposta è che la costruzione dei Coordinamenti parti dai territori provinciali e sia costruita come strumento di aiuto alla nascita di esperienze concrete di lotta alla crisi.
Sul piano regionale abbiamo un rapporto con il PdCI non compromesso sul piano delle relazioni personali e quindi una reciproca disponibilità.
Ma è ovvio che è nei territori che tale disponibilità dimostra la capacità di tradursi in azione.
Quindi  massima disponibilità, nessuna autosufficienza, nessuna scorciatoia organizzativa ma un lavoro unitario costruito su contenuti ed esperienze.

Comunicato stampa assessore Rovigo 10 luglio 2009
E' veramente avvilente come si cerchi di strumentalizzi un episodio che di per se è assolutamente trasparente.  Mi riferisco agli aiuti per quei cittadini stranieri che chiedono di rientrare in patria. Si è parlato con enfasi di un progetto, quasi che l’Amministrazione, o peggio il PRC di Rovigo, fossero orientati a costruire una campagna per il rientro in patria degli immigrati.
La realtà è totalmente  diversa.
In alcune riunioni a cui io come amministratrice sono stata presente insieme ai centri di ascolto sia comunali che del terzo settore (Caritas, Arci, San Vincenzo, Avvocati di Strada, Centro Donna Interculturale, Informaimmigrati, ecc) è emersa la richiesta di alcuni cittadini stranieri, meno di una decina, che non avendo una rete famigliare su cui contare e nemmeno un'opportunità di lavoro prossima,  hanno chiesto di avere un aiuto economico per poter tornare a casa.
Il nefasto pacchetto sicurezza poi certo non aiuta, visto che molti di loro pur essendo in regola con il permesso di soggiorno ma non avendo un lavoro, rischiano prossimamente di cadere nel reato penale di clandestinità.
E’ evidente quindi che non è mia intenzione sostenere progetti di rimpatrio per i migranti,  né accodarmi ad una campagna disumana che ritiene i migranti utili solo come braccia da lavoro.
Quella del Comune di Rovigo è solo stata una risposta concreta ad uno specifico problema.
Rimangono centrali politiche e misure concrete per l'accoglienza e il dialogo tra le culture, con un impegno dell’Amministrazione di Rovigo ,  per un rapporto positivo  e di attiva collaborazione con le comunità migranti.
 
 
 Giovanna Pineta
assessore Immigrazione e Pari Opportunità
Comune di Rovigo
 
Aiuti ai cittadini non comunitari che vogliono tornare in patria: Precisazioni dell’assessore del Comune di Rovigo Giovanna Pineda 9 luglio 2009
In merito alle polemiche uscite in questi giorni sulla stampa locale e nazionale, riguardanti il sostegno economico per alcuni cittadini non comunitari che intendono tornare definitivamente nel loro paese, l’assessore all’Immigrazione di Rovigo Giovanna Pineda (PRC) precisa quanto segue.
“Ci sono state fatte alcune richieste di contributo per alleviare le difficoltà di cittadini non comunitari che hanno deciso di rientrare in patria.
Deve essere chiaro che non c’è alcuna politica a sostegno dei rientri, perché questa amministrazione culturalmente e politicamente è a favore dell’integrazione e dell’accoglienza, ma si sta cercando di dare una risposta concreta ai cittadini stranieri che sono convinti in un progetto di migrazione di ritorno.
Attualmente i casi presi in considerazione sono cinque - sei e l’impegno economico che i servizi sociali hanno riservato è di circa 2000 euro con una previsione massima di 4 mila. Naturalmente ogni caso sarà valutato singolarmente.
Il Comune inoltre, si muove in sintonia con le associazioni di volontari, tra queste in primis la Caritas. Ed è con loro che in questi giorni stiamo affrontando la questione”.
Comunicato stampa sugli arresti per G8 Università Torino - 6 luglio 2009

Il PRC Veneto esprime la propria preoccupazione e lo sdegno di tutti i democratici per l'azione poliziesca nei confronti di giovani esponenti del movimento studentesco e del movimento contro la globalizzazione.

Gli arresti scattati in queste ore hanno un unico evidente obiettivo: costruire attorno al G8 che si terrà ad Aquila un clima terroristico, di repressione e di provocazione.

Un governo incapace di dare risposte positive ai lavoratori e ai ceti popolari, costretti a convivere con una crisi che avrà tempi lunghi, cerca lo stravolgimento progressivo delle regole democratiche, la repressione di ogni dissenso e opposizione politica e sociale.

Gli arresti di queste ore, riportano alla memoria le azioni “preventive” del regime fascista nei confronti degli antifascisti. Potremo pensare che si possa trattare del tentativo muscolare di Berlusconi per uscire dalla situazione di discredito internazionale in cui si è infilato. Ma il sistematico stravolgimento della Costituzione fa temere che l'offensiva politica antipopolare sia di ancor maggiore pericolosità.

Il diritto a protestare contro il Vertice dei G8 (ovvero l'incontro tra i vertici dei governi su cui ricade la responsabilità intera dell'attuale crisi economica e sociale) è un diritto democratico sacrosanto.

Il Partito della Rifondazione Comunista del Veneto chiede l'immediata scarcerazione dei giovani arrestati e invita tutti i democratici alla mobilitazione per impedire che il paese precipiti in un clima di inacettabile intimidazione, dove si legittimano le squadracce e si vietano le manifestazioni popolari.


 

Cardazzo Renato

segretario regionale PRC Veneto

Incontro consiglieri regionali del centro sinistra con i comitati per il PTRC
Mercoledì 17 giugno ore 10,00 presso Palazzo Ferro Fini i comitati e le associazioni del Veneto a difesa del territorio hanno incontrato i consiglieri Pettenò, Atalmi, Bettin e Frigo
per presentare un documento di critica al nuovo PTRC e svariate Osservazioni
 
Erano presenti rappresentanti del coordinamento ed alcuni esperti tra cui: Edoardo Salzano, Sergio Lironi, Carlo Costantini, Stefano Boato, Valter Bonan, Oscar Mancini, Luisa Calimani, Carlo Giacomini, Cristiano Gasparetto.

Scarica qui il documento presentato dai comitati
Un referendum beffa. Le ragioni per dire No al referendum elettorale in 10 punti.
1. Siamo tutti scontenti della vigente legge elettorale, unanimemente denominata “porcellum” con la quale si è votato nelle ultime due tornate elettorali (2006 e 2008).
2. Questa legge, attraverso le liste bloccate, ha espropriato gli elettori di ogni residua possibilità di scegliersi i propri rappresentanti in Parlamento, conferendo a una ristrettissima oligarchia di persone (i capi dei partiti politici) il potere di determinare al 100% la composizione delle Assemblee legislative. Di conseguenza tutti i “rappresentanti del popolo” sono stati nominati, da oligarchie di partito, svincolate da ogni controllo popolare.
3. Attraverso l’introduzione di soglie di sbarramento irragionevoli, il “porcellum” ha soffocato il pluralismo, espellendo le minoranze, non coalizzate dal Parlamento.
4. Il referendum proposto non corregge nessuno dei difetti del “porcellum” ma, al contrario, li aggrava, esaltandone le conseguenze negative.
5. Il referendum propone sostanzialmente due modifiche della vigente legge elettorale: a) attribuisce il premio di maggioranza alla lista, che abbia ottenuto anche un solo voto in più delle altre liste concorrenti, abrogando la possibilità che il premio venga attribuito ad una coalizione di partiti; b) determina il raddoppio delle soglie di sbarramento confermando per tutti la soglia del 4% alla Camera dei Deputati e dell’8% al Senato (che la legge attuale impone soltanto ai partiti non coalizzati).
6. Attribuire il premio di maggioranza ad una sola lista determina un incremento inusitato del premio stesso, sovvertendo la regola basilare di ogni democrazia che si poggia sul principio che le decisioni si prendono a maggioranza.
7. In questo modo si realizzerebbe una sorta di dittatura della minoranza, in quanto un solo partito, senza avere il consenso della maggioranza del popolo italiano, avrebbe nelle sue mani il controllo del Governo e la possibilità di eleggere – da solo – il Presidente della Repubblica e di modificare la Costituzione.
8. La chiamata degli elettori alle urne per il referendum nasconde un inganno: essa sfrutta l’insoddisfazione generale che tutti noi nutriamo verso questa legge elettorale (il porcellum) per spingerci ad un voto che, qualunque sia il risultato, non può avere altro effetto che quello di rafforzare il porcellum.
9. Per questo si tratta di un referendum beffa: ci chiama alle urne per ammazzare il porcellum, ma in realtà lo ingrassa e lo rende intoccabile, in quanto il Parlamento non potrebbe fare delle riforme elettorali perché vincolato dal voto popolare espresso con il referendum.
10. Per questo diciamo No al referendum elettorale, non andando a votare e rifiutando le schede del referendum, se chiamati alle urne per il ballottaggio,
Lettera al prefetto di Vicenza
Egregio Signor Prefetto Mattei
 
come già riferitoLe  in occasione dell’incontro da Lei promosso lo sorso febbraio con associazioni e forze politiche, relativo ai poteri concessi dal decreto Maroni alle Prefetture per limitare le autorizzazioni di manifestazione nei centri storici, Le intendo confermare l’assoluta e risoluta contrarietà del Partito della Rifondazione Comunista ad una qualsiasi limitazione del diritto sancito dalla Costituzione di libera manifestazione di idee e opinioni in luogo pubblico.
 
Con questa direttiva i lavoratori non potranno portare la loro protesta sotto le sedi confindustriali o ministeriali; gli studenti non dovranno avvicinarsi a provveditorati o sedi universitarie; cittadini immigrati di fedi diverse non potranno manifestare vicino alle chiese; e tutte/i dovremo manifestare in periferia e lontano da luoghi visibili e “simbolici”.
Riteniamo il diritto politico di manifestare il proprio pensiero e il proprio dissenso una base fondamentale di qualsiasi società democratica; riteniamo il conflitto una necessità per la sviluppo sociale e politico, non un “fastidio” o un pericolo da cui difendersi.
 
L’ordinato svolgimento delle manifestazione è già regolato da apposite norme, così come le  eventuali ed eccezionali prescrizioni dettate da condizioni particolari che mettano in pericolo la sicurezza pubblica.
 
Ogni altro provvedimento o limitazione che precluda il diritto a manifestare nei luoghi pubblici sarà considerato dal Partito della Rifondazione Comunista un grave stravolgimento delle regole democratiche e una violazione del dettato Costituzionale
 
Non faremo un passo indietro nella nostra volontà di presentarci nei centri delle nostre città; non accetteremo che il dissenso venga ghettizzato ed espulso dalle città. Quando è limitata la libertà di manifestazione di qualcuno, quando alcuni soggetti sono considerati “pericolosi”, la libertà di tutte/i è a rischio.
 
Le porgo distinti saluti
 
                                                           Renato Cardazzo
                                                       Segretario Regionale Veneto
Venezia 11 marzo 2009
La sfida del partito sociale in una società franata su se stessa

Francesco Piobbichi - responsabile nazionale Partito sociale (Prc)


Con questo primo articolo si intende aprire una discussione con le compagne e con i compagni del

partito e con tutte le realtà associative e di movimento interessate al tema.

L'errore consiste nel «cercare la base reale della propria agitazione non dagli elementi concreti del

movimento delle classi, bensì di voler prescrivere a tale movimento il suo corso in base ad una certa

ricetta dottrinale». Così scriveva Marx in polemica con le "sette" socialiste, sviluppando una

profonda divisione tra quello che definiva il movimento settario e il movimento di classe. Le sette

socialiste precedenti alla Prima Internazionale non cercavano per Marx i punti in comune con il

movimento di classe, quanto semmai il segno di riconoscimento che le distingueva da tale movimento.

Le sette socialiste e lo sviluppo del movimento operaio, pertanto stanno nelle sue riflessioni in un

rapporto inversamente proporzionale. Marx pensa ad un modello d'intervento intellettuale

completamente interno al soggetto sociale, e propone al tempo stesso una concezione forte di

democrazia partecipativa fondata su profondi e complessi processi di autoemancipazione collettiva.

Riprendo a piene mani, uno scritto di qualche anno fa di Paolo Favilli su Marx e il partito come classe

per riaprire da questi spunti una riflessione sull'idea di partito sociale oggi. Non nego una

forzatura, viviamo in una società complessa, e profondamente mutata, ma impressiona l'attualità

della critica di Marx rispetto alla crisi di campo che investe la sinistra moderna, non solo dei suoi

partiti ma anche di molti dei suoi intellettuali scissi sempre più dal sociale. Critica questa che

secondo me dovremmo volgere al positivo, sviluppando una "riflessione lenta", che investe il piano

culturale e pratico dell'agire politico del nostro partito. Tale "ripartenza" non è impresa di poco

conto, dovremmo "riavvolgere" il 900 cercando di far riaffiorare ove si può le tracce storiche e

culturali dell'agire politico del partito sociale. Di queste tracce troviamo segni molteplici nella

storia della cultura politica non solo del movimento operaio, ma anche di quello delle donne, del

pensiero ecologista, dei movimenti antisistemici attuali. Coniugare questa ricerca con il nostro

cambio di pelle, con lo sviluppo di pratiche concrete che ci identificano come utili socialmente (dal

blocco di uno sfratto, ad una cassa di resistenza, ad una Gap di fabbrica) è compito altrettanto

complesso quanto necessario. Si tratta quindi di riannodare il filo, dalle forme dell'associazionismo

dell'esperienza operaia e socialista ai suoi albori con le reti e le coalizioni sociali dell'altro mondo

possibile che abbiamo visto dispiegarsi in forma fragorosa da Seattle in poi. Abbiamo più volte

scritto che l'agire di quello che definiamo partito sociale è dato come sommatoria di un doppio

movimento tra il nostro partito che si socializza nelle pratiche, che supera il verticismo facendo

leva sulla democrazia, con il tentativo a partire da queste, di politicizzare i movimenti. Abbiamo

anche affermato che tale movimento di per sé, non risolve il rapporto con il popolo, e che

riconosciamo la nostra insufficienza come partito per costruire l'alternativa di società. Vedo oggi,

pur tra mille difficoltà, riattivarsi dal basso nuove forme di solidarietà legate al conflitto

all'interno di una società franata su se stessa. Sono ancora deboli esperienze che necessitano di

lavoro culturale, di supporto organizzativo, ma reputo che sia da questi intrecci che si possa

favorire lo sviluppo di un nuovo movimento operaio, di un’autorganizzazione sociale che costruisce

l'alternativa, dentro la crisi del capitalismo. Per questo motivo la discussione sul partito sociale non

prescinde dalla verifica concreta, sul campo delle pratiche con le quali si vuol "socializzare il nostro

partito", è una discussione che investe anche il terreno della rappresentanza obbligandoci sempre di

più a ridurre lo scarto che si determina tra livello istituzionale e partito. Sono convinto che nessun

progetto culturale e politico può prescindere dall'essere parte, esso stesso, del soggetto sociale

che si vuol rappresentare. Dal mio punto di vista la sfida del partito sociale può essere la strada per

rifondare il comunismo nel XXI secolo.


 

Liberazione, 26.2.09
Sardegna, Berlusconi vince, sinistra anticapitalista oltre il 4%
Dichiarazione di Paolo Ferrero, segretario nazionale del Prcsardegnaflag.gif


La sconfitta elettorale in Sardegna dimostra che l'ondata berlusconiana non solo non si arresta ma che è lungi dall'infrangersi e che se mancano risposte di uscita da sinistra dalla crisi economica i risultati, come dimostrano i dati del Pd, non possono che essere disastrosi.

Il risultato ottenuto dalla lista di Rifondazione comunista è buono ma soprattutto è da sottolineare come l'esito delle elezioni sarde dimostri che la sinistra che vuole fare la sinistra e che vuole dire la sua, dall'Italia all'Europa, e unire tutta la sinista in una prospettiva comunista, anti-liberista e anticapitalista è abbondantemente sopra la soglia di sbarramento del 4% visto che tali sono i risultati delle forze che si richiamano a questa prospettiva.
 

Del tutto incosistenti, invece, risultano tutte le ipotesi che volevano fare da ponte verso il Pd, prive di progetto, identità e forza.

Paolo Ferrero: Rifondazione, nessuno usi la storia come una clava

Caro Paolo, ho letto un articolo sul "Riformista" che sosteneva che la Rifondazione Comunista di questi anni non esiste più. Tu che hai proposto al Congresso un cambio di linea, che ne pensi? Sei d’accordo? Claudio via mail

Caro Claudio, da una decina di giorni è cominciata una nuova campagna stampa: riguarda il fatto che la Rifondazione Comunista di oggi non avrebbe nulla a che fare con la storia di questi anni, sarebbe una "Rifondazione irriconoscibile da quello che abbiamo costruito insieme in questi anni". Io penso che questa campagna, che fa leva in particolare sulla scelta di cambiare il direttore di "Liberazione" - come dimostra il giornale di oggi - sia finalizzata a legittimare la scissione che alcuni compagni e compagne stanno preparando. In fondo la logica è semplice: Rifondazione non è più quella di una volta per cui si può, anzi si deve andare via, in nome di una coerenza con Rifondazione stessa. In qualche modo ci troviamo di fronte ad un classico: ogni scissione nella storia del movimento operaio è stata giustificata in nome dell’ortodossia; in altri anni si faceva in nome di Marx e della rivoluzione, oggi...

Il fatto che io pensi che vi è un intento del tutto strumentale e politico dietro a questa campagna mediatica sullo stravolgimento di Rifondazione Comunista, nulla toglie al fatto che questa tesi deve essere affrontata e discussa con attenzione. Proverò a farlo qui di seguito con tre riflessioni. In primo luogo non è la prima volta che Rifondazione Comunista viene accusata di tradire se stessa. Ad esempio dopo la rottura con il primo governo Prodi venimmo inondati di insulti e ci venne imputato di essere usciti dalla tradizione del comunismo italiano. Si disse che Rifondazione era diventata un partitino estremista e gruppettaro.

Ci fu una polemica feroce sul fatto che la votazione che decise l’uscita dal governo avvenne rompendo la maggioranza congressuale e con il voto determinante del compianto Livio Maitan, che aveva con qualche altro compagno il torto storico di essere troskista. Venimmo accusati di fare un accrocco tra stalinisti, troskisti e gruppettari guidati dal "parolaio rosso". Fausto Bertinotti venne insultato in modi irripetibili - ricordo una tragica Perugia Assisi -, attaccato e bistrattato, descritto nei modi peggiori sia sul piano politico che personale. La mia stima per Bertinotti crebbe di molto in quel passaggio in cui lui sopportò tonnellate di insulti in nome di una prospettiva politica difficile.

Io da questo trarrei una prima considerazione: quando Rifondazione svolta a sinistra, rompendo gli elementi di comunanza di ceto politico e ripropone il tema della trasformazione sociale come elemento fondante il proprio agire e non solo i propri discorsi, il tentativo di distruggerla scatta immediatamente. Non attraverso la repressione ma attraverso la denigrazione: tanto più feroce quanto è alto il grado di vicinanza politica del denigratore.

In secondo luogo è bene chiedersi se la storia del Prc possa essere utilizzata come un tutt’uno da cui oggi staremo fuoriuscendo. Io penso che la storia di Rifondazione sia una storia assai varia a articolata, con cambiamenti, rotture, svolte a 180 gradi. Il Prc ha avuto - se ho contato bene - almeno 5 scissioni. Da destra sulla vicenda del governo Dini, poi sulla vicenda del governo Prodi; da sinistra, quella di Bacciardi e poi ancora con il secondo governo Prodi, Ferrando e - dopo l’espulsione di Turigliatto - i compagni di sinistra critica. Senza arrivare alle scissioni, abbiamo avuto la Rifondazione Comunista "cuore dell’opposizione" guidata dal compagno Garavini, fatto fuori da segretario in drammatici Cpn. L’elezione di Bertinotti nel Congresso successivo con la proposta di unità del fronte progressista.

Poi abbiamo visto la rottura di quella maggioranza congressuale sulla vicenda del governo Dini e l’ingresso in maggioranza di una parte delle minoranze congressuali. In seguito abbiamo avuto l’alleanza con Prodi nel 1996, poi la rottura, con la scissione di Cossutta, poi la teorizzazione delle due sinistre, la partecipazione al movimento di Genova con la teorizzazione che lo sbocco politico del movimento era il movimento stesso, salvo poi decidere di costruire l’Unione partecipando a pieno al secondo governo Prodi; da ultimo la Rifondazione Comunista che partecipa alla Sinistra Arcobaleno con Bertinotti che - pochi giorni prima delle elezioni - ci dice dover diventare il primo passo di un nuovo partito politico. Potrei continuare ma è chiaro che dipingere come un fenomeno unitario la storia di un partito che ha avuto queste traversie è una completa mistificazione.

La storia di Rifondazione è una storia travagliata con grandi crisi, rotture, discussioni, in cui le stesse persone - a partire dal sottoscritto - hanno giocato ruoli diversi nelle diverse fasi. Nella Rifondazione che abbiamo costruito insieme in questi anni vi è quella che vota con Maitan l’uscita dalla maggioranza di Prodi, vi è quella che espelle Turigliatto per stare dentro la maggioranza di Prodi. Vi è quella che partecipa alle giornate di Genova e ai Social Forum e quella che al Congresso di Venezia blinda la maggioranza e indica alla minoranza la porta. Storia travagliata con un punto che - nel bene e nel male - mi pare abbia caratterizzato tutta la storia del Prc: sostanzialmente ha sempre prevalso la democrazia rispetto ad una gestione oligarchica che prevale in altri partiti. Nel bene e nel male è stato così all’inizio, con la defenestrazione di Garavini che ha aperto la strada alla segreteria di Bertinotti; è stato così quando è stato messo in minoranza Cossutta, è stato così nel Congresso di Chianciano.

La vera essenza della Rifondazione Comunista, il filo rosso della nostra storia che oggi si vuole mettere in discussione è proprio questo: la possibilità per gli iscritti e le iscritte di decidere liberamente del destino della propria organizzazione politica, della propria comunità. Anche , ci si permetta, del direttore di "Liberazione". Il fatto che tutti noi abbiamo attraversato questa storia e queste contraddizioni, a volte in maggioranza a volte in minoranza, non autorizza nessuno a rivendicare una Rifondazione Comunista autentica da brandire contro qualcun altro come una clava. La pubblicazione della Storia del P.C.(b) dell’Urss da parte di Stalin aveva lo scopo di legittimare le sue aberranti pratiche politiche e il suo gruppo dirigente. Mi parrebbe opportuno evitare una operazione simile in cui la storia di Rifondazione viene riscritta ad uso e consumo di delegittimazione di un gruppo dirigente e di legittimazione di un altro.

Il punto su cui ragionare senza infingimenti - e questa è la mia terza considerazione - è una relazione critica con la nostra storia, quella vera, con i suoi travagli, le sue contraddizioni. Sinteticamente la mia idea è che occorre riprendere il filo della Rifondazione della rottura con Prodi, delle due sinistre e di Genova e occorre buttare la Rifondazione del Congresso di Venezia e delle segreterie di maggioranza. Per questo ripropongo anche oggi la gestione unitaria del partito. Il partito è di tutti, maggioranza e minoranza, lo si gestisca insieme, invece di produrci unicamente in delegittimazioni reciproche.

LETTERA AI POLITICI ITALIANI SULLA PALESTINA - 3 GENNAIO 2009

Non una parola, non un pensiero, non un segno di dolore per le centinaia di persone

uccise, donne, bambini, anziani e militanti di Hamas, anche loro persone. Case sventrate,

palazzi interi, ministeri, scuole, farmacie, posti di polizia. Ma dove è finita la nostra

umanità. Dove sono i Veltroni, con i loro "I care", come si può tacere o difendere la politica

di aggressione israeliana

La popolazione di Gaza e della Cisgiordania, i palestinesi tutti, pagano il prezzo

dell'incapacità della Comunità Internazionale di far rispettare ad Israele la legalità

internazionale e di cessare la sua politicale coloniale.

Certo Hamas con il lancio dei razzi impaurisce ed è una minaccia contro la popolazione

civile israeliana, azioni illegali, da condannare. Bisogna fermarli.

Ma basta con l'impunità di Israele e dei ricatti dei loro gruppi dirigenti.

Dal 1967 Israele occupa militarmente i territori palestinesi, una occupazione brutale e

coloniale. Furto di terra, demolizione di case, check point dove i palestinesi vengono

trattati con disprezzo, picchiati, umiliati, colonie che crescono a dismisura portando via

terra, acqua, distruggendo coltivazioni. Migliaia di prigionieri politici, ai quali sono impedite

anche le visite dei familiari.

Ma voi dirigenti politici, avete mai visto la disperazione di un contadino palestinese che si

abbraccia al suo albero di olivo mentre un bulldozer glielo porta via e dei soldati che lo

pestano con il fucile per farglielo lasciare, o una donna che partorisce dietro un masso e il

marito taglia il cordone ombelicale con un sasso perché soldati israeliani al check point

non gli permettono di passare per andare all' ospedale, o Um Kamel, cacciata dalla sua

casa, acquistata con sacrifici perché fanatici ebrei non sopravissuti all'olocausto ma

arrivati da Brooklin, pensando che quella terra e quindi quella casa sia loro per diritto

divino, sono entrati di forza e l'hanno occupata perché vogliono costruire in quel quartiere

arabo di Gerusalemme un'altra colonia ebraica. Avete mai visto i bambini dei villaggi

circostanti Tuwani a sud di Hebron che per andare a scuola devono camminare più di un

ora e mezza perché nella strada diretta dal loro villaggio alla scuola si trova un

insediamento e i coloni picchiano ed aggrediscono i bambini, oppure i pastori di Tuwani

che trovano le loro tanche d'acqua o le loro pecore avvelenate da fanatici coloni, o la città

di Hebron ridotta a fantasma perché nel centro storico difesi da più di mille soldati 400

coloni hanno cacciato migliaia di palestinesi, costringendo a chiudere più di 870 negozi.

Avete visto il muro che taglia strade e quartieri che toglie terre ai villaggi che divide

palestinesi da

Palestinesi, che annette territorio fertile e acqua ad Israele, un muro considerato illegale

dalla Corte Internazionale di giustizia. Avete visto al valico di Eretz i malati di cancro

rimandati indietro per questioni di sicurezza, negli ultimi 19 mesi sono 283 le persone

morte per mancanze di cure, avrebbero dovuto essere ricoverate negli ospedali all'estero,

ma non sono stati fatti passare malgrado medici israeliani del gruppo Phisician for Human

rights garantissero per loro. Avete sentito il freddo che penetra nelle ossa nelle notte

gelide di Gaza perché non c'è riscaldamento, non c'è luce, o i bambini nati prematuri

nell'ospedale di Shifa con i loro corpicini che vogliono vivere e bastano trenta minuti senza

elettricità perché muoiano.

Avete visto la paura e il terrore negli occhi dei bambini, i loro corpi spezzati. Certo anche

quelli dei bambini di Sderot, la loro paura non è diversa, e anche i razzi uccidono ma

almeno loro hanno dei rifugi dove andare e per fortuna non hanno mai visto palazzi

sventrati o decine di cadaveri intorno a loro o aerei che li bombardano a tappeto. Basta un

morto per dire no, ma anche le proporzioni contano dal 2002 ad oggi per lanci di razzi di

estremisti palestinesi sono state uccise 20 persone. Troppe, ma a Gaza nello stesso

tempo sono stati distrutte migliaia e migliaia di case ed uccise più di tre mila persone tra

loro centinaia di bambini che non tiravano razzi.

Dopo le manifestazioni di Milano dove sono state bruciate bandiere israeliane, voi dirigenti

politici avete tutti manifestato indignazione, avete urlato la vostra condanna. Ne avete tutto

il diritto. Io non brucio bandiere né israeliane né di altri paesi e penso che Israele abbia il

diritto di esistere come uno Stato normale, uno stato per i suoi cittadini, con le frontiere del

1967, molto più ampie di quelle della partizione della Palestina decisa dalla Nazioni Unite

del 1947.

Avrei però voluto sentire la vostra indignazione e la vostra umanità e sentirvi urlare il

dolore per tante morti e tanta distruzione, per tanta arroganza, per tanta disumanità, per

tanta violazione del diritto internazionale e umanitario. Avrei voluto sentirvi dire ai

governanti israeliani: Cessate il fuoco, cessate l'assedio a Gaza, fermate la costruzione

delle colonie in Cisgiordania, finitela con l'occupazione militare, rispettate e applicate le

risoluzioni delle Nazioni Unite, questo è il modo per togliere ogni spazio ai

fondamentalismi e alle minacce contro Israele.

Ieri lo dicevano migliaia di israeliani a Tel Aviv, ci rifiutiamo di essere nemici, basta con

l'occupazione.

Dio mio in che mondo terribile viviamo.

LUISA MORGANTINI -

Vice Presidente del Parlamento Europeo

Crisi economica: come uscire da sinistra
Vittorio Bonanni
Venezia - nostro inviato
 
Una conferenza organizzata da Rifondazione comunista ed introdotta da Augusto Rocchi, responsabile economia del partito nella splendida cornice dell'Auditorium Santa Margherita dell'università Ca' Foscari, a poche ore dalla fine di un convegno dedicata ai diritti umani e alla libertà religiosa. Quasi un passaggio del testimone tra chi, i modi diversi affrontando tematiche diverse, si preoccupa del futuro di una umanità sofferente.

«Non è affatto scritto - ha ammonito Dino Greco, coordinatore del dibattito ed esponente della Cgil a Brescia - che si esca da questa crisi fatalmente con il crollo del sistema capitalistico. Ma una cosa è certa: si è passati bruscamente dalla mitologia capitalistica, dalla fine della storia e dal pensiero unico, verso un'idea o critica maturata di fronte ad una distruzione immane di forze produttive, con un aumento conseguente delle disuguaglianze e della povertà». Inevitabile, se a curare queste malattie saranno gli stessi che le hanno provocate, che se ne uscirà con una ulteriore subalternità del lavoro e un più forte impoverimento.
 
Per queste ragioni la sinistra potrà giocare un ruolo forte se saprà mettere in campo una "proposta altra" e se saprà mettere in discussione luoghi comuni dei quali è stata lei stessa vittima. Per Gianni Rinaldini si tratta di «una crisi sconosciuta dal dopoguerra in poi. A partire da dicembre andremo incontro ad una gelata dell'apparato produttivo che segnerà buona parte del 2009 e forse del 2010. E ad una situazione sociale che nei prossimi mesi diventerà pesantissima con possibili frantumazioni e divisioni all'interno degli stessi lavoratori». Quello che manca - ha ammonito il sindacalista - è un'idea di sistema alternativo a quello uscito dalla Seconda guerra mondiale costruito sul ruolo degli Stati Uniti e del dollaro». «E oggi - ha sottolineato Rinaldini - non mi pare sia in campo una forte iniziativa di cooperazione a livello internazionale.
 
Non c'è dubbio che il fatto che la sinistra si faccia portatrice di un'idea nuova dal punto di vista dei processi economici e quindi di un modello di sviluppo alternativo a quello attuale e l'esigenza che abbiamo ma che allo stato attuale non c'è». Di fronte a questo quadro allarmante il ritorno di un intervento pubblico, soprattutto per limitare il disagio sociale e aumentare il potere di acquisto dei salari non è più rinviabile e questa deve essere una delle idee portanti della sinistra. E' netto Oskar Lafontaine già ministro di Schöreder sulle politiche portate avanti dalla sinistra: «Non possiamo più corteggiare la flessibilità del lavoro, che ha costretto milioni di persone ad essere disponibili ventiquattro ore su ventiquattro.
 
Né possiamo più approvare politiche di deregulation e di flessibilizzazione. Dobbiamo lavorare per riconquistare la fiducia e se ci si presenterà l'occasione di andare al governo non dobbiamo più essere disposti a fare dei compromessi». Anche il presidente della Die Linke è d'accordo sulla necessità di garantire ammortizzatori sociali a tutti. E rispetto all'attuale crisi finanziaria, «dobbiamo analizzare tutti gli errori che abbiamo commesso, guardare insomma al nostro interno per non ripetere più politiche sbagliate. Il fatto che le forze progressiste non prendano voti non significa certo che gli elettori siano stupidi. Ma è il risultato di una perdita di credibilità. Ed è la dimostrazione che certe politiche e certe idee vanno portate avanti anche quando siamo al governo».

Paolo Ferrero, dal canto suo, ha voluto sottolineare il contributo, che Rifondazione comunista ha portato nella direzione di un rinnovato contratto con gli elettori. «Penso che nello specifico - ha detto l'ex ministro del governo Prodi - noi dobbiamo proporre delle questioni che siano comprensibili a livello di massa. E che possano effettivamente diventare d'iniziativa politica e non solo propaganda. Anche perché è del tutto evidente che la sinistra in Italia non conta quasi nulla. Ed è altrettanto evidente che questa crisi è un fattore di novità assoluta nel dopoguerra. Io penso che noi potremmo ritrovare un ruolo solo se saremo capaci di capire che cosa è successo e proporre delle cose concrete». Come, per esempio, ha ricordato Ferrero, rinforzare i salari ricordando che proprio l'abolizione della scala mobile diede il via a quel peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori che oggi ci troviamo a fronteggiare.


(articolo pubblicato anche su 'Liberazione', 7 dicembre 2008)
 
Finiamola con il liberismo e le «socialdemocrazie reali»
Guido Ambrosino 

BERLINO
La sinistra europea, unione di partiti socialisti e comunisti nonché della sinistra verde del Nordeuropa, ha presentato ieri non solo un simbolo, ma per la prima volta anche un programma comune per le elezioni del prossimo anno: un documento di radicale opposizione ai dogmi liberisti che hanno dominato negli ultimi decenni le politiche dell'Unione (europea). Nel mezzo di una «crisi di sistema», propone di uscirne a sinistra, con misure di redistribuzione del reddito verso il basso e di stabilizzazione del lavoro precario. E in politica estera annuncia battaglia contro la militarizzazione del continente all'ombra della Nato.
Per la conferenza che ha discusso il programma non si poteva trovare luogo più adatto: il cinema Babylon - tanto per alludere alla varietà di culture politiche della sinistra europea - sulla via Rosa Luxemburg, all'angolo con la piazza intestata anch'essa alla rivoluzionaria tedesca. Vi si affacciano il teatro Volksbühne, che guarda caso ha in cartellone Brecht, e la Karl-Liebknecht-Haus, già sede del partito comunista negli anni di Weimar e ora sede della Linke. Camminando su questa piazza si possono leggere citazioni della Luxemburg, incise su nastri di metallo disposti di traverso sui marciapiedi e sul selciato. Questa piazza rimanda immediatamente alla storia della sinistra europea e alle sue tragedie: altre «crisi di sistema», sconfitta l'opzione socialista, sono già finite nella barbarie della guerra o nel fascismo.
Se ne sente un'eco nella piattaforma programmatica presentata ieri: «L'Europa è a un bivio. O prosegue la sua politica capitalista, approfondendo la sua crisi finanziaria, economica e energetica. O si trasforma in uno spazio di sviluppo compatibile e di giustizia sociale, di pace e cooperazione, di parità tra donne e uomini, di partecipazione democratica».
La sinistra europea chiede «il controllo statale e sociale del sistema bancario e finanziario». Vuole che al patto di stabilità, che ora impone alla banca europea di combattere solo l'inflazione per non compromettere il valore dell'euro, si sostituisca «un patto per la crescita, la piena occupazione la sicurezza sociale e la tutela dell'ambiente». Rivendica la «risocializzazione dei beni comuni» e di settori economici, sociali, culturali di valore fondamentale: istruzione, assistenza ai bambini e agli anziani, salute, acqua, energia, trasporti, posta.
Il documento parla al movimento italiano nelle scuole e nelle università, spiegando che «bisogna invertire la direzione di marcia del processo di Bologna, ovvero la subordinazione di scuola, università e ricerca agli interessi dell'economia privata e del mercato», perché «l'istruzione è un diritto umano».
E insiste sulla smilitarizzazione della politica estera. Giudica «necessario» il ritiro della Nato e delle coalizioni a guida Usa dall'Iraq e dall'Afghanistan. Chiede lo scioglimento della Nato e la chiusura delle basi Usa in Europa. Ovvia la contrarietà a nuovi sistemi antimissile» in Polonia e nella Repubblica ceca, come alla costruzione di nuove basi a Vicenza in Italia, in Bulgaria e in Romania. 
Dal palco del Babylon per Rifondazione comunista parla Paolo Ferrero, partendo dalla cronaca di questi giorni: l'esplosione di violenza e di terrore in India, cui non si può rispondere se non smilitarizzando i conflitti. Ma anche l'assalto della folla alle merci in svendita di un grande magazzino non lontano da New York, costato la vita a un commesso travolto: «Guai se passasse l'idea che di fronte alla crisi ognuno deve salvarsi da sé. C'è il rischio di una guerra tra poveri, che trascinerebbe con sé razzismo e fascismo. Il vero conflitto è verticale, tra basso e alto, per la ridistribuzione dei redditi, la stabilizzazione del lavoro, per la riconversione ecologica».
Il programma di Berlino, polemico nei confronti delle «socialdemocrazie reali» considerate parte del complotto liberista e non della soluzione, piacerà in Italia anche al Pdci, associato come osservatore alla sinistra europea, e forse anche al Partito comunista dei lavoratori e a Sinistra critica. Si potrebbe fare una lista anche con loro? «Si potrebbe - spiega un delegato italiano - ma con il rischio di una scissione con Vendola, con tanti saluti per l'unità a sinistra». Finezze di casa nostra, valle a spiegare a un berlinese.
Il manifesto, del 30 Novembre 2008 
Congresso a Berlino del fronte anti-capitalista. Si impone un solo modello: la Linke
di Danilo Taino

Ferrero riconosce il ruolo dei tedeschi: «Ma la loro esperienza non può essere riprodotta» 

BERLINO - Dev'essere una sfida impossibile. Diversamente, l'irrequieto Oskar Lafontaine non l'avrebbe accettata. Diventare il padrino, il trascinatore, forse il demiurgo della sinistra non socialdemocratica europea. Della sinistra-sinistra, insomma. La quale c'è un po' in tutto il Vecchio Continente, non solo in Germania dove la Linke continua a crescere: ma è debole, divisa, litigiosa e frammentata. Occasione vicina, le elezioni europee dell'anno prossimo, strategia di lungo periodo, la costruzione di un fronte continentale anti-capitalista in un momento in cui il capitalismo soffre. Non sarà la Quinta o Sesta Internazionale ma il progetto è ambizioso.
Ieri, a Berlino, Lafontaine non era presente alla Conferenza elettorale della Sinistra europea che ha lanciato il programma per le elezioni del 2009. Perché era alle porte di Parigi a testimoniare il suo appoggio alla nascita di una nuova formazione politica, il Parti de gauche (Pg) di Jean-Luc Mélenchon. Il prossimo 6 dicembre, l'ex ministro del governo Schröder sarà a Venezia, a una manifestazione sulla crisi economica organizzata da Rifondazione comunista che lo staff del segretario Paolo Ferrero definisce «importante ». E nei prossimi mesi — dicono alla Linke — sarà molto impegnato sul versante europeo oltre che su quello, intensissimo, tedesco. Per molti versi, non stupisce che sia così.
Lafontaine è uno dei fondatori e delle anime del partito della sinistra radicale che ha avuto il maggior successo negli ultimi anni. Uscito dalla socialdemocrazia tedesca su posizioni anti-liberiste, ha prima formato un suo movimento di esuli come lui dalla Spd, poi, nell'estate 2007, ha fondato Die Linke, assieme ad alcuni sindacalisti e, soprattutto, con il Pds, erede della Sed che governava senza opposizione la Germania Est. Da allora, la Linke (Sinistra) è passata di successo in successo: probabilmente, oggi è il primo partito nei Länder dell'Est della Germania, in un testa a testa con la Cdu della cancelliera Angela Merkel. Ma sta entrando nei parlamenti di quasi tutti gli Stati federali anche a Ovest e al momento i sondaggi la danno attorno al 12-13% a livello nazionale. Ha sottratto grandi consensi ai socialdemocratici.
In un passaggio politico nel quale la sinistra europea è in grave crisi, la Linke è dunque diventata il punto di riferimento ovvio. «Quello che prendiamo dai tedeschi è il metodo— sostiene ad esempio Mélenchon — La Linke è diventata un bacino collettore. Lafontaine mi ha detto: "migliore l'agglomerante, più probabile il successo"». Su queste basi, il Pg vuole mettere assieme comunisti, trotzkisti e socialisti delusi.
E anche Ferrero riconosce il ruolo trainante dei tedeschi: «Sono un punto di riferimento. Il loro modello non è immediatamente riproducibile in Italia: loro hanno una Grande Coalizione e non hanno Berlusconi. Ma certamente hanno un grande ruolo». A suo parere, il rapporto con il sindacato è quello che fa della Linke «il punto di riferimento politico di ogni insofferenza». D'altra parte, ricorda il parlamentare europeo di Rifondazione comunista Roberto Musacchio, «la sinistra europea fu lanciata da Fausto Bertinotti e Lafontaine ».
Per altri versi, però, la sfida di Oskar il Rosso è enorme. Germania a parte, i partiti della sinistra radicale raccolgono abbastanza consensi in Portogallo, dietro al Bloco de Esquerda, e in Grecia, dietro la leadership del giovane Alexis Tsipras, anch'egli ieri a Berlino. Per il resto, però, sono divisi anche all'interno dei loro singoli Paesi: ieri, alla conferenza di Berlino, i partiti rappresentati erano trenta. In Francia, i trotzkisti di Olivier Besancenot hanno ottimi sondaggi, ma la sinistra non-Psf è divisa, con i comunisti e ora il nuovo Parti de Gauche. In Italia, dentro Rifondazione è aperto lo scontro sul presentare alle Europee una lista tipo arcobaleno o andare da soli (come vuole Ferrero), oltre alla separazione con i Comunisti italiani. Difficile, anche per Lafontaine, essere il padrino di questo caos.
Corriere della Sera, 30 novembre 08
LA GRANDE GUERRA FU UN GRANDE CARNEFICINA
di Mao Valpiana
 
Direttore di Movimento NonViolento
 
La "festa" militarista del 4 novembre è stata voluta ed istituita dal fascismo. E ora che gli eredi culturali del ventennio sono arrivati al potere, quella festa vogliono rilanciare. Non solo caserme aperte, esposizione pubblica di carri armati, parate in divisa, ma anche militari nelle scuole a raccontare ai giovani l'epopea della "grande guerra". Alla festa per la vittoria si è aggiuntaquella per l'unità nazionale ed anche la Giornata delle Forze Armate. Ogni anno, in ogni città, le autorità civili, militari, religiose, si ritrovano tutte unite per legittimare eserciti e guerre. Stiamo assistendo ad un arretramento culturale. Le parole perdono il loro significato. Non si dice più "carneficina di uomini", ma "intervento militare per portare la pace". La guerra ormai è entrata nelle coscienze di molti, per annullarle. Ed ora si vuole persino riscrivere la storia!
 
Alle iniziative militariste del ministro La Russa dobbiamo rispondere con una campagna culturale che ristabilisca la verità storica, che valorizzi il dettato costituzionale: «L'Italia ripudia la guerra». Il Movimento Nonviolento, i Beati Costruttori di Pace e Peacelink hanno proposto di trasformare il 4 novembre in una giornata di studio e di memoria, in una giornata di ripudio della guerra, invitando ogni persona di buona volontà e di buon senso (soprattutto gli insegnanti onesti) a dire pubblicamente la verità storica, invitando i cittadini ad esporre dai loro balconi le bandiere della pace e della nonviolenza, a partecipare alle manifestazioni ufficiali esprimendo una voce di dissenso.
 
E soprattutto nelle scuole, gli insegnanti onesti:
 
- leggano agli studenti le strazianti poesie di Giuseppe Ungaretti scritte in trincea;
 
- facciano leggere il Giornale di guerra e di prigionia di Carlo Emilio Gadda, in cui emerge l'ottusità di ufficiali arroganti e l'insipienza criminale degli alti comandi;
 
- facciano leggere Addio alle armi di Ernest Hemingway e Un anno sull'altopiano di Emilio Lussu, grandi testimonianze del fanatismo di quella guerra; ITALIA - 1915-1918
 
- diffondano le lettere dei soldati che mandavano al diavolo la guerra e il re. Furono censurate. Perché censurarle oggi nelle cerimonie ufficiali e non farne mai la minima menzione?
 
- facciano vedere ai ragazzi i capolavori cinematografici La grande guerra di Mario Monicelli del 1959, Uomini contro di Francesco Rosi del 1970, e il film T
u ne tueras pas di Autant-Lara ("Non uccidere" nella versione italiana) che fu denunciato per vilipendio e proiettato pubblicamente nel 1961 dal sindaco di Firenze Giorgio La Pira, con un coraggioso gesto di disobbedienza civile.
Bisogna diffondere la voce di chi ha maledetto la guerra perché voleva la pace. Oramai in tutte le scuole i libri di storia hanno rivisto il tradizionale giudizio positivo sulla prima guerra mondiale e oggi prevale una netta disapprovazione di una guerra che fu una carneficina e che poteva essere evitata portando all'Italia Trento e Trieste mediante una neutralità concordata con l'Austria. Ci chiediamo per quale oscura ragione il livello di consapevolezza raggiunto dalla cultura venga demolito dalla retorica governativa. Non comprendiamo come possa essere che una guerra venga celebrata in piazza nella sua giornata vittoriosa, e quella stessa guerra sia disapprovata nei libri di scuola. Ecco perché ci dobbiamo dissociare dalle cerimonie ufficiali. Il popolo della pace - in nome della nonviolenza - deve dire ancora una volta no alla guerra. Bisogna dissociarsi in nome della pace e della Costituzione. Bisogna dissociarsi in nome di tutti quegli italiani pacifici che furono condotti a combattere e a morire perché costretti. Bisogna dissociarsi in nome di tutti i disertori che non vollero partecipare a quella che il papa Benedetto XV definì «un'inutile strage».
 
La realtà storica ci dice che i veri costi umani di quella guerra furono per l'Italia: 680mila 071 morti; un milione 50mila feriti di cui 675mila mutilati. Per l'Austria-Ungheria: un milione 200mila morti; tre milioni 620mila feriti. I morti di tutti i paesi coinvolti furono quasi 10 milioni. Queste le conseguenze di una folle decisione del re e del governo contro la volontà del Parlamento (450 su 508 deputati erano contrari); furono uccisi, feriti, mutilati due milioni 405mila italiani, contadini e poveri, e quattro milioni 820mila austriaci e ungheresi, per conquistare all'Italia terre che si potevano ottenere per via diplomatica, come voleva Giolitti.
Bisogna ricordare che chi non combatteva veniva fucilato dai carabinieri italiani. Il sentimento di pace degli italiani venne violentato da un militarismo spietato, che avrebbe poi aperto le porte al fascismo. Noi ricordiamo con rispetto e con pena profonda le vittime civili e militari di tutte le guerre. Piangiamo tutti i morti della prima e della seconda guerra mondiale, ed oggi delle guerre in Afghanistan, in Iraq, in Israele, in Palestina, in Cecenia, in Congo, in Tibet, siano essi civili o militari, uomini o donne, italiani o di qualsiasi altra nazionalità. Rende vero onore alle vittime soltanto chi lavora tenacemente per rendere illegittima ogni guerra ed escluderla dai mezzi della politica, per sciogliere gli eserciti ed istituire i corpi civili di pace per una polizia internazionale sotto egida dell'Onu. Non gli eserciti hanno diritto a render omaggio alle vittime (di ieri e di oggi), ma chi alle guerre si oppone; solo chi è costruttore di pace e si batte affinché mai più ci siano guerre domani, può ricordare le vittime delle guerre di ieri senza offenderle ancora.
Noi pensiamo che perseverando in questa azione rigorosamente nonviolenta, anno dopo anno riusciremo a rendere sempre più partecipate le nostre iniziative di memoria, e rendere sempre più evidente l'ipocrisia e l'immoralità dei militari scandalosamente in festa innanzi alle tombe delle vittime.
Noi pensiamo che il 4 novembre possa e debba diventare una giornata di memoria contro tutte le guerre e di impegno per la pace.
 
 
 
 
SCUOLA PIENA O SCUOLA VUOTA?
Comunicato della Rete Scuole

Tempo pieno o tempo vuoto? O, meglio, scuola piena o scuola vuota?
Il decreto 137 del 1 settembre 2008 del ministro Mariastella Gelmini dal prossimo anno vuole una scuola vuota. Vuota di cosa?
 
v    Di insegnamento. Il decreto prevede 24 ore di lezione a settimana, contro le 40 attuali del tempo pieno e le 31 del modulo. E il pomeriggio? Partirà il doposcuola a pagamento. Un parcheggio che sarà attivato solo su richiesta delle famiglie e solo se le singole scuole acconsentiranno. Altrimenti, tutti a casa. Ma con chi se i genitori lavorano?
v      Di conoscenza. Il maestro unico insegnerà tutto: italiano, matematica, geografia, storia, inglese (sì, pure inglese), educazione alla cittadinanza, educazione alimentare... Per conoscere bene tutte queste materie ci vorrebbe Leonardo da Vinci. Non lasciamoci ingannare dal fatto che si tratta della scuola primaria o elementare: “elementare” non significa facile, significa “fondamentale”. Anche noi, da piccoli, abbiamo avuto il maestro unico, è vero. Ma non desideriamo sempre che i nostri figli abbiano qualcosa di meglio?
v      Di esperienze. I tempi ristretti di insegnamento impediranno un apprendimento con tempi distesi e attraverso l’esperienza diretta. E le gite? Addio! Per ragioni di sicurezza un insegnante non potrà uscire da solo con 25 bambini.
v      Di aiuto. Le poche ore a disposizione per l’insegnamento non permetteranno di individuare e risolvere casi di difficoltà nell’apprendimento. Ai nostri tempi chi era “lento” ad imparare veniva considerato poco intelligente e senza speranza di miglioramento. In ogni famiglia c’era un caso del genere. Oggi sappiamo che molti, moltissimi casi di difficoltà possono essere affrontati e risolti. Ma ci vuole tempo.
v      Di garanzia. Ogni insegnante si troverà solo di fronte alla classe. Pensiamo al caso di un maestro stanco o alla prima esperienza. I maestri e le maestre italiane sono di ottimo livello, ma anche loro sono uomini e donne, non macchine. E allora? Come faranno i nostri figli?
v      Di eccellenza internazionale. La scuola primaria è l’unico grado di istruzione in Italia “promosso” anche dall’ultimo rapporto internazionale annuale dell’Ocse. Perché, allora, cambiare qualcosa che funziona?
 
Non svuotiamo la scuola.
 
Contatti:
retescuoleXVI@gmail.com                          nonrubatecilfuturo@gmail.com
Raccolta di firme on line: http://firmiamo.it/controilmaestrounico

VOLANTINO
Prc, scelti gli organismi: «Rimettiamoci in moto» di Romina Velchi - 22 settembre 2008

La crisi nel Caucaso e la nuova organizzazione del partito (aree e dipartimenti). E’ attorno a questi due temi che si è svolta la discussione nella direzione nazionale del Prc, riunitasi ieri al gran completo nella sede di viale del Policlinico.

Della guerra d’agosto tra Georgia e Russia si era già parlato nel primo comitato politico dopo le ferie, dove si era deciso di rinviare la discussione ad una sede più adatta, visti i diversi punti di vista. Ma il rinvio del dibattito non è servito a trovare un punto d’incontro tra le due linee emerse (materializzate in due documenti separati, uno a firma Fabio Amato, l’altro Elettra Deiana e altri). Secondo Amato, in sostanza, la crisi georgiana va letta all’interno della crisi della globalizzazione e «il problema non è quello di schierarsi con l’uno o con l’altro, ma di capire che ci sono responsabilità ben precise». E quel che serve è rilanciare la battaglia di massa per il disarmo e per la pace.

Una tesi condivisa un po’ da tutti gli interventi degli esponenti della maggioranza. Bruno Steri, per esempio, considera «un bene» il fatto che il mondo unipolare stia finendo, se non altro perché «i pericoli maggiori per la pace vengono dagli Usa» e dunque Russia e Stati Uniti «non possono essere messi sullo stesso piano, senza per questo voler fare l’apologia di Putin». Alfio Nicotra nega qualsiasi ritorno al "campismo" (cioè alla necessità di dover fare una scelta di campo a prescindere), mentre Ramon Mantovani invita a non fermarsi «all’imbuto delle nostre divisioni congressuali» e a guardare le cose come stanno: «Questo è il multilateralismo che abbiamo, non ce n’è un altro». E’, insomma, il criterio delle cause e delle responsabilità, quello che invita a seguire anche Alberto Burgio, secondo il quale, invece, il documento Deiana «capovolge le responsabilità, minimizza il ruolo degli Usa e impedisce di tematizzare il nesso tra crisi economica e tentazioni della politica di guerra».

Di tutt’altro avviso il fronte opposto. Secondo Deiana «ci sono specifiche responsabilità russe», pur dentro una dinamica globale certo ancora dominata dagli Stati Uniti. La vicenda dell’Ossezia non «è il semplice contrappasso del Kosovo», perché la Russia di fatto «concorre alla deflagrazione del diritto internazionale». Amato compie un «errore sulla natura della Russia, una potenza capitalista con forti connotati autoritari», incalza Roberto Musacchio e il multipolarismo così come prospettato, accusa Gennaro Migliore, altro non è che «equilibrio di potenze» e il «nazionalismo russo non viene criticato per quello che è (la Cecenia non è nemmeno nominata)»; in questo senso «Putin è più pericoloso per la pace». E siccome il sistema si va spostando verso est ma «sempre sistema di tipo capitalistico è», avverte Alfonso Gianni, e non c’è «una parte per cui parteggiare», a noi non resta che «fare da soli» e «sviluppare le lotte sociali».

A queste e altre obiezioni risponde il segretario Paolo Ferrero, mettendo di nuovo l’accento sulle «responsabilità di ordine storico e non ideologico. Non c’è alcuna forma di campismo» nel dire che dopo l’89 gli Stati Uniti «hanno messo in campo tutte le condizioni per la crisi di oggi» e che di fronte alla perdita di peso economico sta diventando sempre più forte la tendenza a «mantenere il proprio dominio» manu militari. Questa sì, osserva Ferrero, rappresenta una grave minaccia alla pace. Perciò, a noi il compito di «individuare le contraddizioni e lì dentro agire di conseguenza».

Finisce che il documento Amato è approvato con 31 voti favorevoli, 26 contrari e un astenuto. Più o meno lo stesso risultato (31 favorevoli, 24 contrari) della votazione sui nuovi dipartimenti (nomi e incarichi saranno pubblicati domani su Liberazione ), arrivata dopo un dibattito non privo di qualche momento di tensione. E’ lo stesso Ferrero a spiegarne i criteri, mettendo l’accento in particolare sul fatto che le sette "macro-aree" individuate, avendo una funzione prevalente di indirizzo politico, faranno capo direttamente alla segreteria, anche allo scopo di evitare salti di comunicazione. Più in generale, il segretario - replicando anche ad alcune critiche interne alla maggioranza - spiega che la proposta avanzata certo è «un ibrido», forse anche «ambigua», ma perché ambigua è la situazione del partito.

«E’ urgente rimetterci in modo, altrimenti il rischio è l’implosione - avverte Ferrero - Ci sono dei nodi aperti, ma aspettare di averli risolti significa fare l’organigramma del partito fra tre anni». Inoltre, la proposta tenta di tenere conto del fatto che c’è una minoranza del 47%: «Chi non si riconosce nella linea politica, in questo modo non è obbligato ad andarsene». Nel dettaglio le aree di lavoro sono: radicamento sociale; territorio, ambiente e beni comuni; lavoro e welfare; conoscenza, laicità e nuovi diritti; organizzazione; democrazia e istituzioni; esteri. Significativa l’attenzione dedicata al radicamento sociale del partito, alla questione settentrionale e ai temi del lavoro, dell’economia e del welfare, nell’ottica di quella direzione di marcia "in basso, a sinistra" decisa a Chianciano.

Ma la minoranza che fa capo a Nichi Vendola boccia la proposta su tutta la linea e non solo perché non è stata accolta la richiesta di avere vicepresidenti in tutti i dipartimenti (respinta perché avrebbe significato, in questo caso sì, avere un partito nel partito: ai "vendoliani" va la responsabilità solo di alcuni dipartimenti). Non piace nemmeno il merito della proposta: «Avete raddoppiato il numero - accusa Ciccio Ferrara - per trovare una quadra, un equilibrio al vostro interno. E’ un disastro». A scaldare la sala, però, è il tema della cosiddetta agibilità politica di coloro che hanno ricoperto incarichi nel partito: cioè la possibilità di disporre dei mezzi per continuare l’attività politica (ufficio, computer, telefono ecc).

Illustrata da Ferrero (che la cataloga sotto la voce pluralismo, nel solco di una prassi già usata in passato), la proposta ha sollevato polemiche: non si vede perché anche chi è stato in segreteria non debba «tornare a fare politica come gli altri», polemizza per esempio Franco Russo, mentre Aurelio Crippa chiede chiarezza: «Ci sono due partiti nel partito?». Il tema di fondo lo esplicita Alfonso Gianni: posso anche decidere di accettare l’incarico (dipartimento economia), dice in sostanza, ma solo se posso continuare a portare avanti il «mio progetto politico» (che com’è noto è diverso da quello emerso al congresso di Chianciano).

Si vedrà. La questione dell’agibilità politica, precisa in chiusura Ferrero, non fa parte della proposta sui dipartimenti. E resta inteso che ogni decisione sarà portata all’attenzione della direzione nazionale.

Elenco Incarichi Dipartimenti Nazionali

L’IPOTESI DI CALAMANDREI
Discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale (Adsn), a Roma l’11 febbraio 1950.
 
Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura.
Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata.
Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private.
Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di stato per dare la prevalenza alle sue scuole private.
Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere.
Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: rovinare le scuole di stato, lasciare che vadano in malora; impoverire i bilanci; ignorare i loro bisogni; attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private; non controllare la serietà; lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare; lasciare che gli esami siano burlette; dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto.
Dare alle scuole private denaro pubblico.
 
Pubblicato nella rivista Scuola democratica, 20 marzo 1950.
 
Trovo impressionante come a distanza di un cinquantennio questa ipotesi, profetica, sia diventata una quasi realtà.
E’ esattamente quello che sta avvenendo oggi in Italia, dove il governo Berlusconi è riuscito a manipolare la mente della gente a tal punto da convincerla che la scuola pubblica è da buttare e da rifare, e con essa tutto il materiale umano che la compone: dagli alunni troppo indisciplinati, agli insegnanti troppo privilegiati, troppo asini…insomma troppi.
Sabato 20 settembre ho partecipato alla manifestazione indetta dagli studenti, contro la riforma Gelmini, in campo San Maurizio a Venezia, e quello che mi ha impressionata di più è stato l’esagerato dispiegamento di forze dell’ordine.
Oggi ho letto sul giornale che la ministra ha dichiarato quanto segue: “Non avrei mai pensato di dovermi avvalere della collaborazione delle forze dell’ordine per occuparmi di istruzione. Evidentemente, molti temi di cui ci occupiamo sono ritenuti eversivi in questo paese”.
Siamo ormai nella realtà dell’assurdo. La ministra non si chiede e non si interroga sul perché ovunque vada trovi dissenso espresso e urlato; no, lei continua a testa alta perché è sicuramente più preoccupata della facciata che del contenuto.
E badate bene, se non continueremo a lottare e a contrastare la sua riforma lei vincerà, e con lei vincerà l’Italia mediocre, l’Italia di calciatori e veline, l’Italia che vuole che i nostri bambini, i nostri giovani, diventino macchine prive di un pensiero proprio.
L’incubo della riforma diventerà presto legge se non saremo in grado di fermare il tutto.
Dobbiamo manifestare il nostro dissenso.
Questa riforma serve solo alla politica dei tagli di questo governo e non certo a salvare la scuola pubblica.
 
Federica Casanova Borca (PRC Fed. Venezia – Insegnante precaria)
 
 
Intervento Cardazzo - PRC Veneto - al CPN del 13 settembre

Il testo dell'intervento - clicca qui

Comunicato stampa sul CPN di sabato 13 settembre
Il Comitato politico nazionale, riunitosi oggi 14 settembre, ha discusso e votato  la formazione di tre organismi dirigenti: la Segreteria nazionale, il tesoriere, la Direzione.

Presenti 275 membri su 281 componenti, votanti 274.

Le votazioni si sono svolte a scrutinio segreto.

Segreteria nazionale:

voti favorevoli 141
voti contrari    130
astenuti              3

il quorum era di 138 voti, la segreteria è quindi stata approvata.

I componenti, sei membri più il segretario, sono equamente ripartiti in tre uomini e tre donne, e sono:

-    Maria Campese                         - Claudio Grassi
-    Eleonora Forenza                     - Gianluigi Pegolo
-    Roberta Fantozzi                      - Claudio Bellotti


La Direzione del prossimo 22 settembre assegnerà gli incarichi di lavoro.

Tesoriere - Sergio Boccadutri  segretario uscente:

voti favorevoli  256
voti contrari       10
astenuti               5
schede bianche    3

Sergio Boccadutri è stato quindi riconfermato tesoriere.

Direzione:

60 componenti

voti favorevoli  247
voti contrari       22
astenuti               5

La Direzione è stata approvata. L’elenco dei componenti verrà reso noto quanto prima.


Lo Statuto ancora al vaglio, verrà ufficialmente pubblicato dopo la riunione della Direzione del 22 settembre.
RIPARTIAMO DALL'OPPOZIONE. COSTRUIAMO LA SOCIETA' DI di Anna Maria Bruni
Un’assemblea che è riuscita a creare coesione. Questa è la prima cosa che si può dire. Quella tensione comune che non si sentiva da tempo e che invece è cresciuta in modo esponenziale nel corso della mattinata, mentre gli interventi dei lavoratori, dei precari, della scuola, del movimento no tav, no dal molin e tanti altri si susseguivano uno dopo l’altro, e veniva restituita nei saluti, nei sorrisi e negli abbracci che i compagni si scambiavano incontrandosi fra tanti in una platea stracolma. Quella del Brancaccio, dove stamattina Rifondazione Comunista, con il nuovo segretario Paolo Ferrero, ha lanciato la campagna d’autunno.                                                                                                                        
 
la_platea.jpgE lo ha fatto con un primo passo concreto, quello di fare un’assemblea di lavoratori, e non per i lavoratori. Certo non basta, Ferrero è stato il primo a dirlo, che “non bastano le assemblee o le manifestazioni se poi si torna a casa e non si arriva alla fine del mese”, ma di certo dare la parola a chi sta lottando nei posti di lavoro, nella scuola, per la difesa di un tenore di vita decente, per la casa, contro l’espropriazione del proprio territorio, vuol dire mettersi in condizione di non decidere per loro, ma piuttosto di ascoltare le necessità, i bisogni le richieste e fare di queste il punto di riferimento per decidere insieme come tornare a fare opposizione e a costruire società.

Non a caso dopo la bella introduzione di Roberta Fantozzi, riconfermata in segreteria al cpn di ieri, il primo intervento è stato quello di un lavoratore Alitalia, Marco Trasciani. Non a caso, perché la vertenza Alitalia, come ha poi tenuto a definirla Paolo Sabbadini dell’Sdl, “perché di vertenza e non di trattativa si tratta”, è cruciale, e non solo perché sono in gioco 20mila posti di lavoro, che già basterebbe, ma perché così come è stata condotta, per le scelte di politica di scambio tra ‘governo’ (con un presidente del consiglio imprenditore) e imprenditori, addossando le colpe del fallimento delle precedenti trattative e ora di questa ai sindacati, mentre smantella posti di lavoro e senza battere ciglio pretende “il 40% di posti di lavoro in meno con il 25% in più di produttività”, precisa Trasciani, disegna il nuovo modello di rapporti industriali.
 
“Un sindacato di mercato e partner di impresa” denuncia Nicola Nicolosi di Lavoro-Società, riprendendo la questione Alitalia, “un modello chiaramente definito nella proposta di modifica del contratto nazionale presentata da Confindustria  che va bocciata”, ha detto Nicolosi, al quale ha fatto eco Dino Greco, Cgil, denunciando “il paradigma sociale e politico” che la riforma del contratto, la vertenza Alitalia, la riforma Gemini sulla scuola, rappresentano oggi. Peccato per l'assenza della Rete 28 Aprile, rilevata da Santorelli di Napoli, che peraltro ha appena concluso una tre giorni molto partecipata dai lavoratori, dunque una presenza fondamentale in questo momento. Un disegno autoritario, dove la massa degli esclusi si moltiplica e paga in termini economici e repressivi la ‘colpa’ di essere povera, ha detto Ferrero.
 

Ma tutti gli interventi
a questa esclusione hanno già risposto: cominciando da Dante de Angelis, macchinista ferroviere, licenziato per aver denunciato i problemi della sicurezza nelle ffss, dai precari della scuola per bocca di Maria Cristina Rossi, insegnante precaria, a Nicoletta Dosio del  movimento no-tav, Claudia Rancati del no dal molin, gli operatori socio-sanitari di Napoli venuti in massa, Andrea Alzetta di Action, tutti, hanno avuto la capacità di dire che la propria condizione individuale o la lotta della propria categoria o del proprio territorio non possono e non devono essere vissuti come casi isolati, ma devono costituire l’ossatura comune  di una nuova opposizione, la cui sostanza deve essere proprio la ricostruzione di comunità, solidarietà, mutualismo.

L’associazione utenti e consumatori,
presente stamattina il presidente Gianni Cabinato, ha organizzato per il 18 settembre una giornata di boicottaggio di prodotti e servizi in tutte le piazze italiane “contro aumenti che offendono le condizioni di vita delle persone – ha detto – e per tornare ad usare lo strumento del boicottaggio, che come lo sciopero, quando in tanti si riconoscono insieme nella condivisione di una condizione comune, rafforza la coscienza di sé”.

Un punto di forza
su cui Paolo Ferrero è tornato nell’intervento conclusivo. “Dobbiamo lavorare allaferrero_finale2.jpg costruzione della mobilitazione generale – ha detto – abbiamo aderito alla manifestazione dell’11 ottobre e lavoreremo perché riesca, e diamo la piena adesione allo sciopero dei sindacati di base del 17, così come all’iniziativa del 18. Ma una manifestazione nazionale non risolve i problemi - ha continuato il segretario – dobbiamo costruire concretamente vertenze nei territori, contro l’aumento delle tariffe, per alloggi pubblici, o perché un supermercato blocchi l’aumento dei prezzi, continuiamo in Val di Susa, a Vicenza perché vinca il referendum che restituisce l’uso pubblico del territorio”. Ma di più, “dobbiamo costruire la capacità di stare nei territori per  ricostruire vertenze,  per costruire percorsi di lotta che cambino concretamente le condizioni di vita”.

E riferendosi al partito
ha sottolineato la necessità di “creare un filo tra le federazioni, i circoli, un filo che tenga insieme i conflitti in tutto il paese”. Ha ribadito la proposta fatta all’assemblea nazionale dei ferrovieri di creare una cassa di resistenza per cominciare a sostenere i licenziamenti politici che si stanno moltiplicando, perché la solidarietà a parole non basta per arrivare a fine mese, e costituire forme di solidarietà materiale, di mutualità, per sconfiggere l’impotenza maturata con la pervasività di una cultura che dà la colpa ai poveri di essere poveri in questo modello di sviluppo che sembra ormai naturale nell’immaginario collettivo”.

 La coscienza del clima autoritario
è chiara per tutti, e la notizia dell’uccisione a sprangate del ragazzo originario del Burkina Faso a Milano, arrivata alla fine dell’assemblea, ne è il segno tragico e inequivocabile. Ed è ben sottolineata da Matteo Iannitti, segretario del circolo Tienanmen di Catania, la città dove un compagno del Prc viene strappato alla madre accusata di non essere una buona educatrice se permette al figlio di far parte di “un gruppo di estremisti”, una città dove sono proprio le istituzioni locali ad imporre sudditanza e clientelismo, o dalla brava e spiritosa Lidia Menapace, che ha denunciato la “ricostruzione dell’ancien régime nello scambio di poteri tra governo e Chiesa, anche criminale, con l’ipocrisia sociale come modello di comportamento”.

matteo_iannitti.jpgE’ la mancanza di un’opposizione, ha detto Ferrero riprendendo questi concetti, che consente per la prima volta ad un governo Berlusconi di peggiorare le condizioni di vita e di lavoro e di rispondere alle lotte in modo autoritario. E Sabbadini dell’Sdl, ma anche l’intervento dell’operatore sociosanitario di Napoli accusano la connivenza l’uno dei sindacati confederali, nuovo collocamento nei posti di lavoro, l’altro della politica anche del centrosinistra, dopo l’esperienza fallimentare di Bassolino e Jervolino. E’ una storia che  dura da troppo, e che ci ha portato dove siamo ora. E’ il momento di cambiare, di sterzare verso quella cultura che storicamente ha accompagnato i comunisti e che è stata accantonata credendo così di fare i conti con l’esistente.

“Dobbiamo avere la capacità
di uscire dal dominio del presente – ha detto Ferrero - perché essere comunisti vuol dire sapere che siamo nati uguali, e che la libertà di ogni individuo è la sua irriducibilità in un percorso di liberazione, è l’eguaglianza e il rispetto delle differenze, è costruire l’alternativa di cambiamento”. “E allora ripartiamo dall’opposizione – ha concluso, costruiamo la mobilitazione generale nel segno dell’unità. Nessun settarismo, ma questo è quello che vogliamo, e chiamiamo tutti a starci”.


Roma, 14 Settembre 2008
Una Bolzaneto rom a Bussolengo [Vr]

di Gianluca Carmosino - articolo di Carta

Si erano fermati fuori del paese, vicino Verona, solo per mangiare. Sono stati picchiati, sequestrati e torturati dai carabinieri per ore. La loro testimonianza

Venerdì 5 settembre 2008, ore 12. Tre famiglie parcheggiano le roulotte nel piazzale Vittorio Veneto, a Bussolengo [Verona]. Le famiglie sono formate da Angelo e Sonia Campos con i loro cinque figli [quattro minorenni], dal figlio maggiorenne della coppia con la moglie e altri due minori, infine dal cognato Christian Hudorovich con la sua compagna e i loro tre bambini. Tra le roulotte parcheggiate c’è già quella di Denis Rossetto, un loro amico. Sono tutti cittadini italiani di origine rom.

Quello che accade dopo lo racconta Cristian, che ha trentotto anni ed è nato a San Giovanni Valdarno [Arezzo]. Cristian vive a Busto Arsizio [Varese] ed è un predicatore evangelista tra le comunità rom e sinte della Lombardia. Abbiamo parlato al telefono con lui grazie all’aiuto di Sergio Suffer dell’associazione Nevo Gipen [Nuova vita] di Brescia, che aderisce alla rete nazionale «Federazione rom e sinti insieme».
«Stavamo preparando il pranzo, ed è arrivata una pattuglia di vigili urbani – racconta Cristian – per dirci di sgomberare entro un paio di ore. Abbiamo risposto che avremmo mangiato e che saremmo subito ripartiti. Dopo alcuni minuti arrivano due carabinieri. Ci dicono di sgomberare subito. Mio cognato chiede se quella era una minaccia. Poi cominciano a picchiarci, minorenni compresi».

La voce si incrina per l’emozione: «Hanno subito tentato di ammanettare Angelo – prosegue Cristian – Mia sorella, sconvolta, ha cominciato a chiedere aiuto urlando ‘non abbiamo fatto nulla’. Il carabiniere più basso ha cominciato allora a picchiare in testa mia sorella con pugni e calci fino a farla sanguinare. I bambini si sono messi a piangere. È intervenuto per difenderci anche Denis. ‘Stai zitta puttana’, ha urlato più volte uno dei carabinieri a mia figlia di nove anni. E mentre dicevano a me di farla stare zitta ‘altrimenti l’ammazziamo di botte’ mi hanno riempito di calci. A Marco, il figlio di nove anni di mia sorella, hanno spezzato tre denti… Subito dopo sono arrivate altre pattuglie: tra loro un uomo in borghese, alto circa un metro e settanta, calvo: lo chiamavano maresciallo. Sono riuscito a prendere il mio telefono, ricordo bene l’ora, le 14,05, e ho chiamato il 113 chiedendo disperato all’operatore di aiutarci perché alcuni carabinieri ci stavano picchiando. Con violenza mi hanno strappato il telefono e lo hanno spaccato. Angelo è riuscito a scappare. È stato fermato e arrestato, prima che riuscisse ad arrivare in questura. Io e la mia compagna, insieme a mia sorella, Angelo e due dei loro figli, di sedici e diciassette anni, siamo stati portati nella caserma di Bussolengo dei carabinieri».
«Appena siamo entrati,erano da poco passate le le due – dice Cristian – hanno chiuso le porte e le finestre. Ci hanno ammanettati e fatti sdraiare per terra. Oltre ai calci e i pugni, hanno cominciato a usare il manganello, anche sul volto… Mia sorella e i ragazzi perdevano molto sangue. Uno dei carabinieri ha urlato alla mia compagna: ‘Mettiti in ginocchio e pulisci quel sangue bastardo’. Ho implorato che si fermassero, dicevo che sono un predicatore evangelista, mi hanno colpito con il manganello incrinandomi una costola e hanno urlato alla mia compagna ‘Devi dire, io sono una puttana’, cosa che lei, piangendo, ha fatto più volte».

Continua il racconto Giorgio, che ha diciassette anni ed è uno dei figli di Angelo: «Un carabiniere ha immobilizzato me e mio fratello Michele, sedici anni. Hanno portato una bacinella grande, con cinque-sei litri di acqua. Ogni dieci minuti, per almeno un’ora, ci hanno immerso completamente la testa nel secchio per quindici secondi. Uno dei carabiniere in borghese ha filmato la scena con il telefonino. Poi un altro si è denudato e ha detto ‘fammi un bocchino’».
Alle 19 circa, dopo cinque ore, finisce l’incubo e tutti vengono rilasciati, tranne Angelo e Sonia Campos e Denis Rossetto, accusati di resistenza a pubblico ufficiale. Giorgio e Michele, prima di essere rilasciati, sono trasferiti alla caserma di Peschiera del Grada per rilasciare le impronte. Cristian con la compagna e i ragazzi vanno a farsi medicare all’ospedale di Desenzano [Brescia].

Sabato mattina la prima udienza per direttissima contro i tre «accusati», che avevano evidenti difficoltà a camminare per le violenze. «Con molti familiari e amici siamo andati al tribunale di Verona – dice ancora Cristian – L’avvocato ci ha detto che potrebbero restare nel carcere di Verona per tre anni». Nel fine settimana la notizia appare su alcuni siti, in particolare Sucardrom.blogspot.com. La stampa nazionale e locale non scrive nulla, salvo l’Arena di Verona. La Camera del lavoro di Brescia e quella di Verona, hanno messo a disposizione alcuni avvocati per sostenere il lavoro di Nevo Gipen.

Intervista Paolo Ferrero sulle FARC - da Repubblica 1 settembre 2008
Catania: 16enne tolto alla madre. «È comunista» di Marco Filipetti

Ed ora la militanza di sinistra diventa una discriminante sociale, anche per i fatti di famiglia. L'iscrizione al circolo Tienanmen dei Giovani comunisti (organizzazione giovanile del Prc) è tra le motivazioni del provvedimento con cui la prima sezione civile del Tribunale di Catania ha affidato sedicenne al padre anziché alla madre.
L'adesione del ragazzo al Tienanmen era stata segnalata dagli assistenti sociali, che hanno definito il circolo giovanile di Rifondazione un «gruppo di estremisti». Secondo il rapporto dei servizi sociali citato nella sentenza del Tribunale, ci sarebbe un adescatore maggiorenne, il segretario del circolo studentesco appunto, «che convince i ragazzi minorenni all’attivismo politico e all’iscrizione al gruppo». Peccato che nel circolo giovanile del Prc Tienanmen di Catania c’è una regola per la quale una volta compiuti i 18 anni bisogna iscriversi al circolo territoriale del partito. Come ci dice Pier Paolo Montalto, Segretario della federazione catanese del Prc, «l’attuale segretario ha 16 anni ed è un bravissimo ragazzo che ha fatto dell’antimafia e delle battaglie per la legalità una scelta di vita». «Se quello che è scritto sulla sentenza fosse confermato si tratterebbe di una discriminazione pesantissima – prosegue Montalto che tra l’altro è un avvocato – oltre ad essere una falsità disumana».

Il segretario provinciale del Prc continua: «La cosa più grave è che i servizi sociali hanno collegato la militanza politica all’uso di droghe e di sostanze psicotrope. Questo per noi è un insulto all’impegno quotidiano che i nostri ragazzi ogni giorno mettono in campo contro la mafia e le disparità sociali del nostro territorio, che sono tantissime – continua Montalto». Secondo il dirigente di Rifondazione «Il circolo studentesco è un “oasi felice” in una città dove forte è la criminalità giovanile e il disorientamento sociale». Conclude il segretario: «I giovani attivisti del circolo sono tutti ottimi ragazzi. Hanno tutti ottimi voti a scuola e sono impegnati nel volontariato sociale, altro che sbandati e pericolosi estremisti come li ha definiti il rapporto del Tribunale».

«Stiamo ancora cercando di capire i motivi che hanno spinto il tribunale a prendere questa decisione. Il ragazzo non si droga, non ha commesso reati. La cosa che ci ha colpiti è che viene citato come appartenente ad un gruppo estremista. Secondo noi è stato montato un caso sul nulla». Lo afferma l'avvocato Mario Giarrusso, legale di Agata Privitera, madre del ragazzo. Secondo il quotidiano "La Repubblica", che ha rivelato il caso, nelle loro relazioni gli assistenti sociali avrebbero affermato che il giovane «frequenta luoghi di ritrovo giovanili dove è diffuso l'uso di sostanze alcoliche e psicotrope», e definito i comunisti «estremisti». La vita del sedicenne inoltre sarebbe «senza regole». Nelle relazioni dei servizi sociali e nell'ordinanza del Tribunale inoltre si rimprovera alla madre di aver nascosto al marito che il ragazzo ha avuto «una irregolare frequenza scolastica» e di avere dato il suo beneplacito a «mancati rientri a casa». Il padre è un impiegato comunale, la madre è un medico. La donna è stata obbligata a versare 200 euro al mese al marito per il mantenimento dei figli e a lasciare la casa.

«Mio figlio va al mare e studia - dice la madre - ha avuto tre debiti al penultimo anno del classico in greco, latino e filosofia. Come può essere sereno con questa guerra in atto?». La coppia ha altri due figli, una ragazza che ha appena compiuto i 18 anni, che viveva con il padre ma che ora dopo aver compiuto la maggiore età è andata a vivere con la madre, ed un maschio di 12 anni, che è stato assegnato anch'egli al padre ma che vuole andare a vivere con la madre. «In questo momento il Tribunale per i minorenni di Catania sta decidendo se mandare il ragazzo in comunità, come richiesto dagli assistenti sociali. Con l'aiuto di alcuni consulenti - ha aggiunto il legale - stiamo cercando di preparare una richiesta al Tribunale per un riesame della vicenda»

Sulla vicenda è intervenuto anche il leader di Rifondazione Paolo Ferrero, ex ministro della Solidarietà sociale: «Nell'esprimere la mia piena a totale vicinanza e solidarietà a M.P. e a sua madre, ritengo necessario che venga affrontata e risolta la gravissima violazione costituzionale che si è verificata a Catania». E chiede l'intervento del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. «Che, nella loro relazione, i servizi sociali del comune di Catania trattino la militanza in Rifondazione Comunista come un fatto sostanzialmente illecito e negativo per un ragazzo è gravissimo e testimonia di pregiudizi incompatibili con l'espletamento di un pubblico servizio. Che la Prima Sezione Civile del Tribunale di Catania motivi una sentenza con le stesse argomentazioni non è solo gravissimo ma inaccettabile in uno stato di diritto», afferma Ferrero in un comunicato. «Ho quindi scritto al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano affinché nella sua veste di garante della Costituzione e di Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura intervenga per porre rimedio a questa situazione inaccettabile».
 

 

Lidia Menapace: mi iscrivo al Prc per contribuire a rilanciarlo

Cari compagni, carissime compagne (al cuore non si comanda),

chiedo l’iscrizione a Rifondazione comunista. Non muto la mia opinione sull’esaurimento della forma del partito politico: ma poichè esso è stato la più straordinaria invenzione della politica soprattutto come partito di massa (ma oggi dei soggetti), di massa -dicevo- non popolare nè populista, il suo superamento richiede analisi di discussione e l’avviamento di un processo preciso concordato pensato praticato, non certo slogan improvvisati.

Del resto -come ho detto una volta suscitando più stizza che approvazione- a me Rifondazione è sempre piaciuta perchè piuttosto che un partito tradizionale è un’Arca di Noè: più d’uno e una ha forse creduto che fosse una definizione sarcastica e offensiva; invece io penso che l’arca è una nave ben costruita, tanto che riesce a passare attraverso il più tremendo tsunami della storia, il diluvio universale ricordato in tutte le mitologie. E su quella nave certo adatta per mettersi in salvo, si pensa al futuro, dato che vengono imbarcate tutte le specie animali conosciute in coppia. E chi si è imbarcato non sta lì ad aspettare che sia passata la tempesta passivamente con le mani in mano. Vanno di frequente in coperta a scrutare l’orizzonte, sicchè appena vedono una colomba con un ramoscello d’ulivo nel becco e un arcobaleno in cielo, capiscono che un po’ di terra è emersa e la cercano e finiscono per approdare sul monte Ararat, non certo nel recinto delle facili certezze fideistiche, ma su una cima dai grandi orizzonti.

Comunque anche per uscire dalle difficoltà delle forme politiche serve più organizzazione, non meno e più organizzazione collettiva, non elitaria oligarchica o leaderistica, specialmente oggi, quando l’egemonia di una cultura politica populista e autoritaria da parte di Berlusconi arriva fino dentro la testa o la pancia di tutti, tutte noi, persino inquinandoci sotto li profilo della moralità politica.

Mi sento di poter continuare questa ricerca dentro Rifondazione comunista.

So già che quanto affermo è stato apprezzato in alcuni incontri cui ho partecipato su invito di Paolo Ferrero, inoltre con Grassi e Burgio verso i quali avevo sempre avuto una distanza, mi pare che sia possibile e interessante una interlocuzione e un lavoro comune sulla base di una reciproca fiducia e affidabilità, Giannini lo conosco bene e ambedue sappiamo quanta è la stima e l’affetto nonostante tutte le differenze profonde di cultura politica, Pegolo lo conosco (se mi permette di dirlo) da piccolo e ho trovato molto interessanti le sue dichiarazioni durante il congresso, molto calibrate pensate serie (anche troppo). Questo vale per tutti i compagni e le compagne che ho ascoltato con grande attenzione durante il dibattito e che sono confluiti sulla mozione 1. Ho ascoltato molti altri appassionati interventi in appoggio alla mozione 2 e penso che bisognerà avere la capacità di una interlocuzione unitaria e una gestione aperta verso tutti e tutte; dato che nessuno in una organizzazione che si fregia di comunista può avere una opinione proprietaria o un rapporto feudale coi propri seguaci.

Forse a voi non sembra, ma sono convinta che la più grande innovazione che tutta la sinistra comunista ha affrontato da quando esiste è stato di scrivere nel preambolo dello statuto allo stesso livello come avversari cui ci si oppone in modo antagonistico, il capitalismo e il patriarcato. Su questa affermazione approvata all’unanimità penso che dovrebbe essere possibile predisporre un convegno, incontro, dibattito generale, seminario di tutto il partito e anche di altro fuori di noi (se posso ormai dire “noi”)

Altri temi certamente non mancheranno, soprattutto quelli sociali già enunciati.

Insomma vi prego di darmi il benvenuto e cercherò anche di essere saggia e misurata perchè non è tempo di effettacci, vi abbraccio tutti e tutte
Lidia Menapace
29 Luglio 2008


Lavoro non è singolare maschile di Alessandra Bertotto
Mancanza di lavoro, lavoro precario, contratti, bassi salari, pensioni basse.
Di lavoro si parla molto, parlano tutti, sempre in modo neutro.
Ma la fotografia della realtà rimane sfocata se non si prende in considerazione lo svantaggio notevole delle donne nel lavoro. L’analisi è monca e parziale se non è vista con un’ottica di genere.
Mi sembra importante esaminare la misura di questo svantaggio e analizzare i motivi che lo determinano.
 
In Italia il tasso di occupazione femminile, cioè la percentuale di donne occupate rispetto al totale delle donne in età da lavoro, è molto più basso della media dei 27 paesi dell’Unione Europea.
Sono molte le donne che lavorano in nero, quelle che hanno un lavoro precario o atipico.
Continuano ad esistere discriminazioni nella retribuzione e nei percorsi di carriera, malgrado
le donne siano a volte più qualificate professionalmente e abbiano spesso un livello di istruzione e preparazione più alto degli uomini.
 
Alcuni dati
Nell’Unione Europea le donne occupate sono il 56% (uomini 63%), mentre in Italia sono il 46,3% del totale (uomini 57,6), nonostante negli ultimi 10 anni ci sia stato un aumento dell’8,2.
In Veneto le donne occupate sono il 53,6% (uomini 76,9%) e le donne che cercano lavoro sono aumentate mentre gli uomini in cerca di lavoro sono diminuiti
La differenza tra il tasso di occupazione femminile e maschile è circa 22-25%, il doppio del dato nazionale.
Eppure le donne con titolo di studio superiore in età tra i 25 e i 44 anni sono oggi più numerose degli uomini:  in Veneto nel 2006/7 gli universitari sono per il 58,1% donne e i laureati nel 2006 sono stati per il 60% donne. Nella scuola i diplomati con 100/100 sono per il 63% donne.
( i dati sul Veneto sono tratti da “Relazione sulla situazione economica del Veneto nel 2006” del Centro Studi di Unioncamere)
 
Lavoro nero, cioè il lavoro sommerso o irregolare
Le donne sarebbero circa il 47,4% del totale dei lavoratori in nero, circa 1 milione e 350.000 unità,
di cui i 2/3 senza contratto.
Le donne lavorano in nero nei servizi per l’88% (istruzione, sanità e servizi sociali, servizi domestici, ma anche commercio alberghi, trasporti e comunicazioni) e il 12% nell’industria.
Le donne sono al Nord i 2/3 dei lavoratori in nero, anche perchè al nord ci sono più immigrate (ad esempio in Veneto ci sono 353.650 immigrate dai paesi dell’est, quasi la metà del totale). Al sud sono molti di più gli uomini che lavorano in nero e le donne sono il 31,5%. Del resto nel sud lavorano solo 3 donne su10.
Secondo un’indagine del ministero del lavoro quasi la metà delle donne che lavora in nero lo fa perchè non ha scelta, ha bisogno di soldi, non ha il permesso di soggiorno (4%), mentre il 17% vive la situazione di irregolarità come transitoria: dice che è più facile entrare nel mercato del lavoro, è un’opportunità per fare esperienza lavorativa e professionale, altre ancora lo scelgono per “evitare l’effetto fiscale del cumulo dei redditi”, per non perdere gli assegni familiari, per avere tempo per studiare o per la famiglia.
 
LAVORO NERO                   donne                          uomini
Nord                                       64,2                             35,8
Centro                                     49,9                             50,1
Sud                                         31,5                             68,5
Italia                                       47,4                             52,6
 
 
Lavoro precario (fonte ISFOL 2005)
Le donne sono il 40% del totale degli occupati, ma più della metà di tutti i precari.
Tra le figure più precarie, quelle con contratto di formazione lavoro, apprendistato, tempo determinato, interinale, lavoro ripartito, lavoro a chiamata e le collaborazioni (collaborazioni coordinate e continuative, occasionali e a progetto e partite IVA), le donne sono il 52%.
Quelle che riescono a diventare stabili sono in percentuale molte meno degli uomini e impiegano circa il doppio del tempo.
 
 
Maternità
L’età media delle madri italiane è la più alta d’Europa, si diventa madri dopo i 31 anni, ma se consideriamo solo le donne autoctone, senza le immigrate, l’età si alza a 32 anni. E’ anche basso il tasso di fecondità 1,32 in Italia, contro 1,9 della Francia ad esempio.
Dopo la nascita di un figlio solo il 72,5% continua l’attività lavorativa precedente, delle rimanenti gran parte non rientra nel mondo del lavoro.
Ma il 15% non era sotto contratto durante la maternità, quindi non era pagata.
 
Retribuzione
La discriminazione è concretizzata anche nello stipendio.
Un esempio significativo: un giovane laureato in ingegneria riceve mediamente a tre anni dalla laurea, uno stipendio di 1350 euro, la sua coetanea, sempre laureata in ingegneria, solo 1100 (ISTAT 2004).
I livelli retributivi maschili risultano generalmente superiori, indipendentemente dalla tipologia di contratto, dall’età, dalla professione e dal settore di impiego.
E’ una questione europea e mondiale, evidenziata dalle statistiche di tutti i paesi industrializzati.
In Italia la differenza retributiva tra uomo e donna  va da un minimo del 15% ad oltre il 40% : da 3800 euro per i dipendenti a tempo indeterminato a oltre 10.000 per gli autonomi.
Sono in aumento le famiglie con un solo genitore e molto spesso questo unico genitore è la madre. Sono centinaia di migliaia le donne, spesso single e capofamiglia, che guadagnano meno di 7.000 euro all’anno, (5-600 euro al mese) con grave rischio di povertà e di non vedersi rinnovato il contratto.
Tra i pensionati che percepiscono trattamenti integrati al minimo, cioè le pensioni sotto i 500 euro al mese più di tre quarti sono donne  (2,6 milioni).
La motivazione è anche nella difficoltà delle donne ad accumulare contributi: solo una su 10 arriva tra 35 e 40 anni, il 52% ha accumulato meno di 20 anni di contributi.
 
Perchè le donne guadagnano meno degli uomini?
Pur avendo in media un titolo di studio più elevato le donne hanno meno professioni prestigiose e svolgono più dei colleghi maschi professioni senza qualifica.
Anche quando svolgono gli stessi compiti, le donne sono pagate meno, in particolare nel privato (dove si riscontra tra i dirigenti il gap più alto, 37,1%, nel pubblico il più alto è tra gli operai, 29,8)
La differenza si allarga con l’aumento del titolo di studio: le donne laureate guadagnano due terzi degli uomini e la differenza è maggiore nei settori in cui la presenza femminile è più diffusa come ad esempio nei servizi.
Le donne hanno minore probabilità di fare carriera: in 3 casi su 4 il superiore è uomo  (ISFOL 2006).
E poi le donne hanno minore propensione al lavoro straordinario, anzi tendono a ridurre o abbandonare l’attività quando si sposano o hanno figli. Infatti sono l’83% dei lavoratori part time.
Questi ultimi tre elementi ci mostrano come la detassazione dello straordinario o del salario di produttività va ad aumentare la differenza retributiva tra uomo e donna: la maggior parte delle donne non può fare straordinario, il lavoro di cura, famiglia, bambini, anziani, non lo consente.
Ma l’80% della differenza retributiva tra uomo e donna (4156 euro all’anno, pari al 26,1%) non viene spiegato da questi fattori: permane anche con lo stesso tipo di contratto, stesso livello di professionalità, stesso orario e così via.
 
I motivi dello svantaggio
La retribuzione si compone di parte fissa e salario aziendale. E proprio nel salario aziendale le donne sono penalizzate.
Del resto l’organizzazione del lavoro rispetto agli orari impedisce di conciliare famiglia e lavoro, anche perchè il lavoro di cura non è condiviso che in piccola parte con i partners.
Nel nostro paese la selezione delle donne nel mercato del lavoro è legata da un lato alla debolezza dei servizi pubblici, che permettano di conciliare lavoro e famiglia (l’Italia ha il primato del tempo dedicato dalle donne al lavoro famigliare perchè qui difficilmente le donne possono contare sulle strutture pubbliche) e dall’altro ai pregiudizi dei datori di lavoro, che sono ancora oggi spaventati dall’eventualità di un’assenza per maternità.
Il 40% delle donne che non lavora, lo fa per prendersi cura dei figli (in particolare al nord, nelle classi centrali di età e tra le meno istruite).
Sembra non essere di grande aiuto il sistema dei congedi parentali che in Italia sono tra i più brevi e meno pagati d’Europa: sono decisamente insufficienti i congedi di 6 mesi solo per la cura della prima infanzia (e gli anziani?) e la copertura del salario del 30% è assolutamente inadeguata.
Per una madre single, ad esempio, è impossibile rinunciare al 70% dello stipendio. E poi quante sono le donne che ne hanno diritto? Sono esclusi ancora tutti coloro che hanno contratti atipici.
Inoltre i padri lo utilizzano molto poco (3%), anche perchè di solito dei due genitori è il padre che ha lo stipendio più alto.
D’altro canto anche la concessione del part time, utilizzato per l’83% dalle donne, è subordinata alla discrezionalità dell’azienda e rappresenta un costo notevole per il bilancio famigliare.
 
Un maggiore protagonismo delle donne nella vita sociale politica e istituzionale può essere un primo passo per porre in evidenza questi problemi e cominciare a dar loro soluzione.
Non possiamo continuare a delegare a sindacati, partiti, parlamento ed istituzioni locali, tutte strutture in gran parte maschili nella loro composizione e nella loro gestione.
Dobbiamo partire da noi donne, dalla nostra specificità, consapevoli del valore dei nostri contenuti e della necessità del nostro contributo politico.
 
Buongiorno Bosnia! di Andrea Rossini
Radovan Karadžić, uno degli uomini più ricercati al mondo, è stato finalmente arrestato. L'ex leader dei serbo bosniaci è stato condotto di fronte ai giudici della Corte per i Crimini di Guerra di Belgrado. Nella notte la conferma dell'Aja. Pochi i dettagli sull'operazione
 

“Radovan Karadžić è stato individuato ed arrestato questa sera”. Lo scarno annuncio è stato dato nella serata di lunedì dall'Ufficio di Presidenza serbo, senza rendere noti i dettagli dell'operazione. L'agenzia informativa Beta, che ha citato come fonte il Consiglio Serbo per la Sicurezza Nazionale, afferma che il ricercato è stato localizzato e catturato dai servizi di sicurezza serbi. Karadžić sarebbe stato condotto di fronte ai giudici della Corte per i Crimini di Guerra di Belgrado, in conformità con la legge di cooperazione con il Tribunale Penale dell'Aja per la ex Jugoslavia (TPI). Al momento tuttavia non è ancora chiaro quando e dove il ricercato è stato arrestato.

In base all'atto di accusa stilato dalla Procura dell'Aja, Karadžić è imputato di genocidio, crimini contro l'umanità, violazione delle leggi e delle usanze di guerra e gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra. L'ex leader dei serbo bosniaci deve rispondere in particolare di undici imputazioni, che comprendono quella di genocidio per il massacro di Srebrenica, avvenuto nel luglio 1995, e quella di aver inflitto il terrore nei confronti dei civili per l'assedio e bombardamento di Sarajevo. Nell'atto di accusa vengono anche ricordati i campi di concentramento serbo bosniaci, tra cui Omarska e Keraterm, della cui conduzione Karadžić è considerato responsabile, e il rapimento di 284 caschi blu utilizzati come scudi umani nel maggio e giugno del 1995.

Karadžić era scomparso nel 1996, dopo la firma degli accordi di Dayton che hanno posto fine alla guerra in Bosnia Erzegovina. Il generale Ratko Mladić resta a questo punto l'unico latitante nella lista del TPI, insieme a Goran Hadzić.

Poco dopo mezzanotte il Tribunale dell'Aja ha confermato la notizia: “Il Tribunale conferma di essere stato informato oggi dalle autorità serbe dell'arresto dell'ex leader politico serbo bosniaco Radovan Karadžić. Il Tribunale accoglie con favore l'arresto e attende ora il trasferimento di Karadžić all'Aja per poter avviare il processo. [...] Questo arresto va considerato come una pietra miliare nello sviluppo della giustizia internazionale e un ulteriore successo nell'impegno del Tribunale per portare di fronte alla giustizia i maggiori responsabili per i crimini di guerra commessi nel corso delle guerre in Jugoslavia.”

Il primo mandato di accusa nei confronti di Karadžić e Mladić è datato 25 luglio 1995. Dopo aver lasciato la presidenza della Republika Srpska all'allora vice Biljana Plavsić, Karadžić è entrato in latitanza. In questi anni i media locali hanno speculato a lungo su di un presunto accordo intercorso tra l'ex leader serbo bosniaco e il mediatore internazionale Richard Holbrooke, basato su di un impegno americano a non arrestare il latitante in cambio di un suo abbandono della scena politica. Karadžić era stato visto e fotografato in pubblico l'ultima volta nel luglio del 1996 a Han Pijesak.

Karadžić ha sempre rifiutato di riconoscere la legitimità del Tribunale dell'Aja: "Se L'Aja fosse una vera istanza giuridica sarei pronto a presentarmi di fronte ai giudici e a testimoniare, ma è una struttura politica creata per incolpare i serbi", ha dichiarato al quotidiano britannico based Times nel febbraio 1996.

Nato nel 1945 a Savnik, in Montenegro, Radovan Karadžić era figlio di Vuk, un esponente del movimento cetnico incarcerato dopo la seconda guerra mondiale dalle autorità della Jugoslavia socialista.

Nel 1960 si trasferì a Sarajevo, laureandosi in medicina, per poi divenire psichiatra in un ospedale cittadino. Nel 1983 divenne psicologo della Stella Rossa, squadra di calcio di Belgrado.

Aspirante poeta, fu incoraggiato ad entrare in politica dallo scrittore nazionalista serbo Dobrica Cosić e nel 1990 fu tra i fondatori del Partito Democratico Serbo (SDS). Quando la Bosnia Erzegovina divenne indipendente, nel 1992, proclamò la creazione della Repubblica Serba di Bosnia Erzegovina (poi Republika Srpska), con capitale Sarajevo, e ne divenne presidente.

L'arresto di Karadžić rappresenta da un punto di vista simbolico un evento di importanza eccezionale per l'elaborazione e il superamento del passato recente della Bosnia Erzegovina. Molto dovrà essere chiarito su questi lunghi anni di latitanza, ma si tratta di un avvenimento certamente cruciale anche per il percorso della Serbia verso l'Unione Europea, un percorso a lungo bloccato proprio a causa della insufficiente collaborazione di questo Paese con il Tribunale dell'Aja.

Poco dopo che la notizia ha cominciato a circolare, verso mezzanotte, a Sarajevo sono cominciati festeggiamenti con caroselli di macchine e manifestazioni di giubilo. Oggi potrebbe essere davvero un giorno nuovo.
 
Traginniversario bosniaco di Luca Ferrari
Srebrenica. Il più tragico dei simboli macabri della guerra dei Balcani. Quello più conosciuto. Correva l’anno 1995. Era l’11 luglio. Appena due anni prima l’ONU aveva dichiarato quella città insieme ad altre, fra cui Sarajevo, zone protette.

La storia la si conosce. Viene ripetuta. La si ricorda. La si celebra. Si tramanda il massacro di quasi ottomila bosgnacchi (musulmani bosniaci) per mano delle truppe serbo-bosniache guidate dal generale Ratko Mladic, tutt’ora latitante.

L’ONU fallì miseramente. Le truppe sul posto non intervennero. Siamo già al tredicesimo traginnervsario. E nel frattempo, quanti ne dovremmo aggiungere? Lo facciamo con la speranza che ci possano insegnare qualcosa, ma è evidente il fallimento.

Oggi alcuni di noi pregheranno per le vittime. Oggi molti di noi si sentiranno puri nella coscienza nel denunciare quanto accaduto. Nel riscriverlo. Ma ai morti, questo interessa poco. Perché loro non lo vedono. Perché loro sono estinti. E noi?

Nuove Srebrenica sorgono attorno a noi. Ogni giorno. Con la nostra complicità. Chiusi nell’ottusità di sentirci protetti. Diversi. Migliori. Più evoluti. Però poi ci giriamo dall’altra parte se qualcuno non è come lo vorremmo. Povero o ricco che sia.

E da allora, quanto è cambiato? Chi se la sente di fare il Muzio Scevola della situazione e giurare che non ci saranno più atti vili e brutali come quelli di Srebrenica? Penso nessuno. E se nessuno se la sente, vuol dire che nessuno ha fatto abbastanza.
 
All’alba del nazismo, Bertold Brecht (1989-1956) drammaturgo, poeta e regista teatrale tedesco scrisse queste parole. Vere. Che lacerano. Ma ancora, molto tristemente attuali. Forse troppo. Senza forse.

“Prima di tutti vennero a prendere gli zingari e fui contento perchè rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perchè mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perchè non ero comunista. Un giorno vennero a prendermi e non c'era rimasto nessuno a protestare”.
    
Guardo il mio petto, e scorgo una cicatrice. Mi guardo allo specchio, e ne vedo altre sotto gli occhi. Mi tocco le gambe, e sento la pelle lacerata. Apro l’armadio. È pieno di abiti lunghi per coprirmi. C’è pure qualche camicia decorata.

Intanto però i segni del Male sono rimasti, e il sangue che indica la direzione da seguire non è per nulla sbiadito. Ed io ho sempre più voglia di scappare da tutti voi. Ho ancora voglia di piangere perché nessuno ha saputo convincermi della genuina bontà delle sue azioni verso chi non c’è più.

Appello a tutte le forze democratiche, alle associazioni e ai cittadini del territorio padovano e regionale - Opera Nomadi di Padova
Padova, 3 luglio 2008
 
La schedatura con il rilevamento delle impronte digitali su base etnica degli adulti va contro la Costituzione Italiana, (in particolare vìola gli artt. 2, 3 e 6), contro la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (in particolare artt. 1,3,7) e quella dei minori di 18 anni non tiene conto di alcuni principi fondamentali della Convenzione Internazionale dei diritti del Fanciullo ratificata dall’Italia nel 1991, in particolare vìola gli artt. 2 e 3 comma 1. Inoltre, più volte il Ministro Maroni ha dichiarato che il provvedimento è in linea con il regolamento della Comunità Europea n° 380\2008 che prevede l’identificazione biometrica di adulti e   bambini dai sei anni in su. In realtà tale regolamento ha lo scopo di identificare le persone di paesi terzi, al fine di rilasciare il permesso di soggiorno e impedire l’uso fraudolento di tale documento (considerazioni 3 e 7 del Regolamento). L’utilizzo di questi metodi non riguarda il censimento né, tanto meno, garantisce la protezione dal degrado e neppure incentiva la scolarizzazione dei minori. Quindi le misure previste dal Ministro Maroni sarebbero compatibili con la normativa europea solo nel caso in cui si intendesse dare il permesso di soggiorno agli individui schedati.
Il rilevamento delle impronte è un atto di violenza e di razzismo perpetrato nei confronti degli adulti e dei bambini che ci riporta al fascismo. Il governo si sta accanendo contro i Rom e i Sinti pretendendo di schedare tutti compresi gli italiani ormai da decenni. Domani, seguendo la stessa logica razzista, il governo potrebbe allargare la schedatura a tutti i bambini gagè perché molti di essi, presenti nel territorio italiano, verrebbero ritenuti in pericolo e a rischio di devianza, perché, ad esempio, figli di camorristi e-o di di mafiosi. Ciò che invece dovrebbe essere attuato è un’indagine conoscitiva qualitativa e quantitativa, mantenendo l’anonimato, dei Rom e dei Sinti presenti nel territorio, un progetto sociale per permettere di conoscere soprattutto il numero dei bambini che evadono l’obbligo scolastico e, in base a questo, poter avviare progetti di integrazione e scolarizzazione. Per anni in tutto il territorio italiano, nessun governo - (tranne durante il breve periodo del governo Prodi) - si è mai occupato seriamente dei piccoli rom e sinti : bambini fantasma senza nessun diritto, soprattutto per ciò che riguarda la salute e l’istruzione. Ora ci si accanisce contro di loro con misure repressive senza invece impegnare risorse economiche e finanziarie per progetti di scolarizzazione e per favorire le famiglie ad abitare in condizioni dignitose, ad uscire dai campi nomadi e avere accesso alle risorse, superando la logica assistenziale a cui da sempre sono stati abituate.
Una situazione, quella dei campi nomadi, innaturale per molti Rom e Sinti, che ha portato ad enormi sperperi di denaro pubblico, dato anche alle associazioni, per la gestione dei mega ghetti/campi nomadi che non hanno mai permesso e che non permetteranno mai a queste persone di realizzare un percorso autonomo e responsabile che li metta in condizione di divenire cittadini attivi con tutti i diritti e i doveri che ciò comporta. Non c’è mai stata la volontà politica di puntare sull’accoglienza di una popolazione che rappresenta lo 0,3 % del totale dei residenti e si preferisce usare metodi repressivi. Un disegno politico che, per distogliere la popolazione dal disagio quotidiano provocato da problematiche veramente gravi, quale quello dell’aumento esponenziale del costo della vita (stipendi, pensioni, casa, ambiente….), si ripropone, con un’operazione di carattere ideologico, facendo diventare i Rom e i Sinti il capro espiatorio del malessere diffuso. E perché proprio contro Rom e Sinti? perché da sempre sono stati discriminati, da sempre sono stati vittime del razzismo soprattutto durante la seconda guerra mondiale, eliminati nei campi di sterminio dai nazisti, assieme agli ebrei ed agli antifascisti, pur essendo essi l’unico popolo ad essere contrario da sempre alla guerra tanto da venir oggi proposti da alcuni intellettuali per il premio Nobel per la pace.
Sappiamo tutti che nessuno nasce con il pregiudizio - (questo viene invero trasmesso da padre in figlio) -, e che alla sua base sta soprattutto la mancanza di conoscenza; esso può ridursi solo col buon senso ed anche, e soprattutto, con la volontà politica, con messaggi istituzionali forti che permettano alla società maggioritaria una conoscenza più approfondita di quelli che vengono presentati come diversi : ebrei, rom, musulmani, e lo straniero in genere.
Riguardo i recenti fatti di Verona, ribadiamo la condanna contro chiunque sfrutti i deboli: bambini, donne. Chi agisce in questo modo si pone contro la legge e va perseguito sia esso rom/sinto o gagè, italiano o meno; i bambini devono essere salvati da ogni situazione di sfruttamento, non solo economico ma anche sessuale da parte di chiunque.
 
Prime iniziative a seguito dell’appello
 
Martedì 8 luglio alle ore 18.00 presso la Casa dei Diritti Sociali, in Via Bettella 2/ter Padova riunione organizzativa per le seguenti iniziative:
 
Venerdì 11 luglio conferenza stampa degli aderenti all’appello presso “Sala Gruppi” Comune di Padova ore 13.00.
 
Sabato 12 luglio alle ore 12.00 Sit-in davanti alla Prefettura di Padova in cui si inviteranno i cittadini democratici a lasciare le impronte digitali in risposta al succitato decreto Maroni ed in oltre si distribuirà materiale informativo sul tema dell’integrazione
 
Opera Nomadi di Padova
 
inviate la vostra adesione a questo indirizzo di posta elettronica:
 
oppure inviando un commento sui blog:
 
 
Comunicato stampa dell'Opera Nomadi di Padova - 1 luglio 2008
La segretaria nazionale dell’Opera Nomadi Nazionale e presidente dell’Opera Nomadi di Padova si dissocia dal comportamento del Presidente Nazionale e del Lazio,  Massimo Converso che interviene nella schedatura dei Rom e dei Sinti  di Roma. La proposta presentata dall’Opera Nomadi al Ministro Ferrero ormai due anni fa, non era un censimento/schedatura ma un’indagine conoscitiva qualitativa e quantitativa, mantenendo l’anonimato, dei Rom e dei Sinti presenti nel territorio, per permettere di conoscere soprattutto il numero dei bambini che evadevano l’obbligo scolastico e, in base a questo, poter avviare progetti di integrazione e scolarizzazione.   La schedatura e il rilevamento delle impronte digitali su base etnica degli adulti va contro l’art. 3 della Costituzione Italiana e quella dei minori di 18 anni va contro anche la Convenzione Internazionale dei diritti del Fanciullo ratificata dall’Italia nel 1991.
Il rilevamento delle impronte è un atto di violenza e di criminalità istituzionalizzata perpetrata nei confronti degli adulti e bambini che ci riporta al fascismo. Il governo si sta accanendo contro i Rom e i Sinti pretendendo di schedare anche gli stanziali ormai italiani dal 1400.    Allarghi allora la schedatura a tutti i bambini gagè perché molti di essi, presenti nel territorio italiano, sono in pericolo e a rischio di devianza (per esempio i figli dei camorristi e i figli dei mafiosi). Per anni in tutto il territorio italiano, nessun governo (tranne il breve periodo del governo Prodi) si è mai occupato dei piccoli rom e sinti, erano bambini invisibili senza nessun diritto soprattutto quello che riguarda la salute e l’istruzione. Ora ci si accanisce contro di loro con misure repressive senza impegnare risorse economiche e finanziarie per progetti di scolarizzazione e per favorire le famiglie ad abitare in condizioni dignitose, ad uscire dai campi nomadi e avere accesso alle risorse, superando la logica assistenziale a cui da sempre sono stati abituati, con sperperi enormi di denaro pubblico, dato anche alle associazioni, da parte delle Amministrazioni locali, per la gestione dei mega ghetti/campi nomadi che non hanno mai permesso e che non permetteranno mai a queste persone un percorso autonomo e che non li aiutano a divenire cittadinanza attiva con i diritti e i doveri che ciò comporta. Non c’è mai stata la volontà politica di puntare sull’accoglienza di una popolazione che rappresenta lo 0,3 % di quella totale e si preferisce la repressione. Un disegno politico che si ripropone per distogliere la popolazione maggioritaria dal disagio quotidiano provocato da problematiche ben più gravi, facendo diventare i Rom e i Sinti il capro espiatorio del malessere diffuso.
Sappiamo tutti che nessuno nasce con il pregiudizio (viene trasmesso da padre in figlio), alla cui base sta soprattutto la mancanza di conoscenza; non si riduce solo col buon senso ma, se ci fosse la volontà politica, con messaggi istituzionali forti che permettano alla società maggioritaria una conoscenza più approfondita di queste persone. E, sempre se ci fosse la volontà politica, sarebbe necessaria una riconciliazione nazionale che chiuda le ostilità, che avvii processi e iniziative, che permetta che venga riconosciuta la ricchezza derivante dal dialogo e dallo scambio fra i diversi orizzonti culturali per una ridefinizione degli stessi. Ma ciò non avviene e pensiamo non avverrà mai se continua questa politica.  
Riguardo i fatti di Verona, ribadiamo, come è già stato da noi dichiarato nell’Audizione presso la Commissione dell’Infanzia della Camera dei Deputati, la condanna contro chiunque sfrutti i deboli: bambini e donne. Chi agisce in questo modo è un delinquente che va perseguito sia esso rom/sinto o gagè e i bambini devono essere salvati da situazioni criminali di questo tipo.
 
prof.ssa Renata Paolucci
segretario nazionale
pres Opera Nomadi di Padova
Dove va la democrazia?

di Giuliana Beltrame - Consigliera Comunale PRC a Padova

Le parole di Marco Revelli (manifesto 29 giugno 2008) esprimono con lucida e disperata

chiarezza la situazione in cui si trova la democrazia nel nostro Paese. “

numero di persone, quelle che stanno in alto, più in alto di tutti, dichiarate per legge al di

sopra di ogni giudizio. Investite, in quanto tali, per ciò che sono non per ciò che possono

aver fatto, del privilegio dell'impunità. E ce ne sono altre, più numerose, ma razzialmente

delimitate, separate dai buoni cittadini da un confine etnico - quelle che stanno in basso,

più in basso di tutti, considerate invece, per legge, in quanto tali, per ciò che sono, non per

ciò che possono aver fatto, colpevoli. Almeno potenzialmente. Pre-giudicate. Alle prime non

si guarderà mai in tasca, anche se fossero colte, per un accesso di cleptomania, in furto

flagrante; alle seconde si prendono fin da bambini le impronte digitali, le si fotografano,

perquisiscono, spostano, schedano e controllano senza limiti, come appunto con i

delinquenti abituali, o per natura. Questa è oggi, sotto il profilo giuridico e politico, l'Italia.

In un solo consiglio dei ministri i due estremi che definiscono i nuovi confini sociali e morali

della costituzione materiale della «terza repubblica» sono stati mostrati a tutti, come in

un'istantanea

PD quasi con indifferenza, discutendo più della effettiva efficacia che della mostruosità

istituzionale e non ha sollevato la necessaria indignazione e denuncia del colpo alla

democrazia che invece era (è) indispensabile. E’ stato il primo colpetto di “fascismo”: non ci

sono state mobilitazioni e proteste da parte della società civile e di quella politica? Allora

passiamo al secondo: la schedatura dei bambini Rom, e poi la condizione di clandestinità

degli immigrati, resa quasi obbligatoria dalla legge Bossi Fini, trasformata in reato a cui

aggiungiamo l’istituzione dei CIE (centri di identificazione ed espulsione). Le persone

cominciano a trovare normale essere divise in serie a e b, trovano normale, in nome della

“sicurezza” distruggere uno dei capisaldi dello Stato di Diritto: le persone sono uguali

davanti alla legge e la legge è uguale per tutti.

Questo veleno ha a poco a poco invaso la nostra società, ha fatto perdere i confini reali dei

problemi e così anche sindaci eletti dal centro sinistra come Cacciari a Venezia (senza

alcuna opposizione nella sua Giunta) e De Dominici a Firenze trovano normale identificare

nei lavavetri o nei venditori ambulanti i nemici della sicurezza dei loro concittadini: non la

solitudine; la disperazione per vite appese all’incertezza e a una povertà, reale e

“percepita”, devastante; le condizioni di lavoro sempre più precarie e insicure; la mancanza

di speranza in una società che ci vede, in nome della sacralità del mercato, trasformati in

criceti condannati a correre incessantemente sulla ruota della gabbia: lavorare per

guadagnare per comperare e siccome i soldi non bastano dobbiamo lavorare di più per

sperare di guadagnare di più per poter consumare di più! Molti ricordano quella pubblicità

“progresso” demenziale finanziata dal precedente governo Berlusconi in cui un signore con

la borsa della spesa veniva ringraziato e abbracciato perchè comperando faceva funzionare

l’economia!

Ora non è più solo pubblicità demenziale, ora è in pericolo reale la nostra speranza di

convivenza civile: la destra italiana non è il nazismo (gli manca anche la cultura...) ma il

veleno è lo stesso: fomentare l’insicurezza, trasferire su qualcun altro,”il diverso“ le paure,

aizzare l’odio: creare le condizioni culturali per nuove leggi razziali. E nello stesso tempo

parlare alla pancia e usare i mezzi di comunicazione perchè la pancia diventi la sede della

reazione. Più le persone sono poste in condizione di capire, chiedersi perchè, dubitare delle

risposte troppo semplici, più usano il cervello e il cuore. Dalla clava siamo passati, nel

tempo, a utilizzare il pensiero e la capacità di mediazione nelle relazioni sociali: è così che

gli esseri umani hanno costruito la civiltà e la cultura. Dobbiamo tutte e tutti insieme

continuare ad opporci con sempre più determinazione, alle tante barbarie (a cominciare

dalle guerre) che ci troviamo davanti, se non vogliamo esserne travolti.

C'è un piccolo.” La decisione di schierare l’esercito nelle strade delle città è stato accolto dal
Articoli Liberazione 28 giugno 2008
Articoli pubblicati su Liberazione relativi al ragazzo curdo iracheno trovato morto a Venezia

Articolo Liberazione - 28 giugno 2008
(seguito)
I precari della scuola
Documento di Federica Casanova Borca - Circolo di Marghera

Il debito pubblico causato dall'incapacità della classe politica italiana
non verrà risanato dalla lotta all'evasione fiscale, dal taglio degli enti
inutili, dalla riduzione di superstipendi e manager di Stato; a pagare sarà
la scuola pubblica italiana da cui verranno tagliati 190.000 posti di lavoro
in 3 anni.
 
Il ministro Gelmini si dimostra un pupazzo nelle mani di Tremonti, che
controllerà l'effettiva attuazione dei tagli facendole da "tutore"; questo
fatto rende ridicoli i continui richiami alla meritocrazia di cui la Gelmini
si riempie la bocca.
Il governo ha gettato la maschera: il suo unico obiettivo è tagliare gli
organici per risparmiare sugli stipendi degli insegnanti a scapito della
qualità della didattica: emblematica e ridicola la riproposizione del
maestro unico per le scuole elementari che tutte le ricerche pedagogiche
giudicano meno efficace del modulo con 3 maestre.
 
Il taglio dei posti avrà conseguenze drammatiche sulle scuole: le classi
saranno di 35, 40 alunni con la totale impossibilità di fare lezione in
totale spregio alla legge sulla sicurezza 626; le famiglie dovranno fare
fronte a tutte le spese: già adesso in molte realtà sono costrette ad
autofinanziarsi per comprare il sapone ed addirittura la carta igienica.
 
Gli insegnanti precari perderanno il lavoro, ma il ministro Gelmini ha
pronta una soluzione che dimostra il suo totale disprezzo nei confronti
della categoria: "Mi piacerebbe parlarne col sottosegretario al Turismo
perché una parte di queste persone potrebbe avere un'opportunità di lavoro
in un contesto di rilancio del sistema Paese".
 
Insomma gli insegnanti precari si sono laureati, abilitati, specializzati
con corsi di formazione professionale, hanno fatto la gavetta per anni per
sentirsi consigliare da un inesperto ministro trentacinquenne di fare le
guide turistiche o gli animatori nei villaggi vacanze...
La proposta è vergognosa e ridicola visto che viene da un ministro che non
ha alcun titolo e competenza specifica per occupare un posto così
importante.
Sullle immissioni in ruolo il ministro ha fatto solo vaghe promesse senza
prendere impegni precisi: "Nei prossimi giorni ci saranno immissioni in
ruolo, ma preferisco non dare cifre".
Vorremmo ricordare al ministro Gelmini, dottore in legge, che il Parlamento
italiano ha votato nel 2006
la Finanziaria che prevedeva un piano triennale
di 150.000 immisioni in ruolo di cui è stata effettuata solo la prima
tranche di 50.000 immissioni: la legge deve essere rispettata da tutti,
anche dai ministri!
Caro ministro Gelmini, ha un unico modo per recuperare la dignità umana e
politica che il suo appoggio al DPEF ha definitivamente cancellato:
dia le sue dimissioni, immediate ed irrevocabili.
Perderà la poltrona, riconquisterà la stima del mondo della scuola che
altrimenti perderebbe in modo irrevocabile!
E si ricordi: senza dimissioni avrà una opposizione durissima: nelle
graduatorie sono iscritti circa 300.000 docenti precari.
Queste persone non si faranno cacciare così facilmente, non si faranno
buttare via dopo essere stati spremuti come limoni quando servivano al >
buon funzionamento delle istituzioni scolastiche.
Caro ministro, ci dia retta: si dimetta subito e lasci la scuola pubblica
nelle mani di qualcuno che ne abbia veramente a cuore il futuro.
 
> I PRECARI DELLA SCUOLA CHIEDONO LE DIMISSIONI DELLA GELMINI


Volantino contro il decreto salva berlusconi
Volantino del compagno Alfonso Pascarella di Preganziol sul decreto salva Berlusconi. 
Da stampare e diffondere!

Volantino

Lettera di adesione alla mozione "Rifondazione Comunista in movimento"
Alcune semplici ragioni per aver scelto e invitare ad aderire e sostenere la mozione congressuale
“RIFONDAZIONE COMUNISTA IN MOVIMENTO”
Firmata da 104 componenti del Comitato Politico Nazionale tra i quali: Loredana Fraleone, Erminia Emprin, Imma Barbarossa, Roberta Fantozzi, Maurizio Acerbo, Paolo Ferrero, Ramon Mantovani, , Claudio Grassi, Cito Maselli, Luigi Vinci, Giovanni Russo Spena, Aurelio Crippa e tra questi anche il segretario del PRC Veneto Gino Sperandio.
 
Come compagne e compagni del PRC, dirigenti, militanti impegnati nei Circoli, nelle associazioni e realtà dell’impegno sociale,  riteniamo che la mozione “Rifondazione in movimento” sia quella da sostenere e promuovere al Congresso, perché traccia chiaramente le questioni centrali per il futuro del nostro partito: da un’analisi profonda e critica della crisi della Sinistra, sfociata nelle disastrose politiche di aprile, alla definizione chiara e precisa di cosa è necessario per la ricostruzione ed il consolidamento del PRC.
 
Concordiamo pienamente, come previsto dalla mozione, con il rafforzamento di Rifondazione Comunista, conil rilancio del suo percorso di innovazione e radicamento nel territorio, nei luoghi di lavoro e di studio; una scelta indispensabile per ricostruire nella società l’opposizione al governo Berlusconi e alle larghe intese Veltroniane.
 
Non si tratta di una scelta conservatrice.
 
È palese la necessità che Rifondazione Comunista sia motore di una più larga unità di sinistra, ma questa non può avvenire per stati maggiori, deve nascere dal basso e fondarsi su una idea di rinnovata collegialità e democrazia partecipativa, contro il leaderismo che anche a sinistra ha fatto propria l’americanizzazione della politica.
 
In questo senso la proposta di costruire Case della Sinistra, dove incontrare tutte e tutti coloro che intendono promuovere esperienze ed iniziative comuni, ci pare la via più concreta e praticabile. Luoghi dove a nessuno dovrà essere chiesto di partecipare come ospite, rinunciando alla propria identità
 
E’ questa la premessa per  un percorso che faccia tesoro delle sconfitte, ma anche che rompa con le pratiche di gruppi dirigenti separati, lontani dal lavoro concreto.
 
Non vi è nessun processo da fare ne a livello nazionale ne locale e proprio per questo riteniamo utile fin d’ora riconfermare la nostra intenzione per ricostruire le condizioni per una gestione unitaria del partito. Dobbiamo operare senza esclusioni,  saper rinnovarci, alle donne e ai giovani far trovare porte spalancate e nello stesso tempo valorizzare le esperienze, i sacrifici e la generosità di tutte le compagne e compagni che costituiscono questa nostra comunità solidale.
 
Siamo convinti che non sia venuta meno l’urgenza per una alternativa al sistema liberista e quindi non condividiamo chi oggi, mentre propone una “Costituente della sinistra”, già la colloca in un incerto orizzonte culturale e programmatico  del tutto subalterno al Partito democratico.
Crediamo ancora che il comunismo sia “uno strumento concreto per il superamento dello stato di cose esistente” e non sia possibile derubricare la trasformazione sociale a semplice stato d’animo individuale.
 
Ma la Rifondazione Comunista che anche nella nostra provincia veneziana vogliamo, deve saper ripartire dai territori, valorizzare i Circoli, costruire programmi concreti per partecipare e promuovere vertenze, iniziative, comitati, gruppi che concretamente operino nella società.
 
Dobbiamo tutte e tutti insieme provare a superare anni difficili, che hanno progressivamente trasformato il Partito in tanti comitati elettorali litigiosi, dando esclusiva visibilità e rappresentanza alle figure istituzionali.
Abbiamo bisogno di una Rifondazione che si faccia  “partito sociale” che non misuri il proprio ruolo nelle istituzioni comunali, provinciali, regionali solo sulla base dei pochi privilegi acquisiti, bensì sappia mantenere uno stretto rapporto tra istituzioni e luoghi del conflitto, tra consiglieri, assessori e Circoli.
Certamente  non può esserci attribuita una idea di chiusura, di autosufficienza.
Come compagni e compagne siamo stati in questi ultimi anni sempre attivi nella costruzione dal basso della sinistra unità ed è questo un terreno che oggi ci offre le condizioni per una relazione con una significativa base sociale, attenta alle nostre proposte e che con noi condivide i valori della sinistra.
Ma abbiamo la consapevolezza che senza il lavoro concreto dei nostri Circoli, delle nostre compagne e compagni del PRC, anche questi risultati non sarebbero mai stati possibili.
 
Nei prossimi mesi ci attendono passaggi cruciali:  l’emergenza democratica e la lotta al razzismo, la lotta alla precarietà e per i diritti dei lavoratori, l’iniziativa contro la devastazione ambientale.
 
Sono questi i nodi sui quali diventa necessario moltiplicare la nostra capacità di incontro e di ascolto con la società, che devono diventare i capisaldi nel confronto con le altre forze del centro sinistra.
 
Con la nascita del Partito Democratico è bene comprendere che nulla dovrà essere dato per scontato. L’atteggiamento delle recenti elezioni politiche  e amministrative  dove si è andati al voto, dimostrano quanto alto sia il rischio di discriminazioni nei confronti del PRC e della sinistra di alternativa in generale.
Da parte nostra abbiamo il dovere fin d’ora di rimettere al centro gli elementi di programma politico e gli obiettivi che riteniamo utili a quella parte di società della provincia veneziana che ancora oggi spera e guarda a sinistra.
Dobbiamo pretendere che siano le questioni concrete e le soluzioni condivise gli elementi di confronto in tutto il centro sinistra, anche per la definizione delle alleanze elettorali.
L’esperienza del Comune di Venezia e della Giunta Cacciari, la candidatura Calearo, la ricorsa alle politiche leghiste sulle tematiche sicuritarie, dicono con chiarezza che per il Partito Democratico sono praticabili  politiche neo centriste, rivolte a soddisfare  le lobbies economiche, finanziarie, le conventicole con una idea di politica non lontana da quella dei comitati d’affari, trasversali agli schieramenti del centro sinistra e alla destra berlusconiana.
Senza un programma politico autonomo, distinguibile, concreto che indichi anche le alleanze necessarie con  i soggetti sociali che subiscono queste politiche,  sarà assai difficile ripartire con l’indispensabile lavoro di ricomposizione sociale, di legame solidale indispensabile per una sinistra popolare e di massa.
 
Ecco perché per noi è condivisibile il binomio “rafforzare Rifondazione Comunista, radicarla nel territorio e lavorare per l’unita della sinistra”  rappresentato dal progetto illustrato nella mozione “Rifondazione Comunista in movimento”.
 
Il Congresso va vissuto come una occasione vera, di confronto schietto.
Vogliamo rassicurare le compagne e compagni che temono per l’unità del partito e invitarli tutti alla consapevolezza del momento: è in campo una ipotesi che prevede il superamento di fatto del PRC, lavorare per impedire che ciò avvenga è una scelta indispensabile ed è questo un appello che rivolgiamo a tutte e tutti.
 
aderisci anche tu!
Tramite blog: http://rifondazioneinmovimentoveneto.wordpress.com

Oppure scrivendo alla mail:
rifondazioneinmovimento.veneto@hotmail.it